Oggi l’innovazione più importante per la tracciabilità degli alimenti è considerata la blockchain, ossia la tecnologia del registro pubblico e trasparente finora appannaggio del mondo della finanza, che sta trasformando il modus operandi di molte imprese dell’agrifood. La blockchain, come si sa, registra in modo sicuro eventi, garantendone la sicurezza, la distribuzione e l’inconfutabilità. Essa non fa altro che notarizzare in maniera immutabile le informazioni che entrano nella supply chain, fornendo la possibilità, in ogni passaggio, di conoscere lo stato del bene ed intervenire in qualsiasi momento nel caso di eventuali criticità.

Ma la tecnologia blockchain per tracciare le merci e i beni deperibili, è inefficace se non c’è una forte corrispondenza tra ciò che è fisicamente scambiato e le informazioni digitali che appaiono nelle transazioni. Se, cioè, le informazioni che vengono immesse in blockchain non sono certe ed attendibili, tali rimangono fino all’ultimo anello della catena che, nel caso delle merci, è il consumo.

Un’importante ricerca stimolata dal Prof Ivan Visconti del DIEM, Dipartimento di Ingegneria Informatica dell’Università di Salerno e da Giorgio Ciardella CTO della Farzati Tech, società Cilentana da anni impegnata nel settore dell’ICT, si è incentrata proprio ad indagare su questo aspetto cruciale della blockchain nella tracciabilità agroalimentare, progettando e analizzando un nuovo modello che, oltre ad esaudire tutte le esigenze del sistema classico, prevede l’utilizzo di un dispositivo in grado di rilevare una “impronta digitale” di un dato alimento, in modo da immettere nel sistema informazioni certe e non semplicemente dichiarate.

Il modello di calcolo utilizzato per la verifica di validità del sistema è quello ritenuto dagli esperti la più avanzata frontiera della crittografia, la cd “computazione sicura multi-parte”, un approccio matematico utilizzato per garantire la sicurezza nelle computazioni distribuite riducendo il ricorso a terze parti fidate. Ciò per verificare la corrispondenza tra il prodotto tracciato e il suo digital twin, il “gemello digitale”, che è la replicazione in codice del bene stesso ed è quello che compare nella blockchain.

La ricerca ha dimostrato la validità del modello testato, che può essere facilmente utilizzato per la tracciabilità agroalimentare, e che ha in più, rispetto ad altri sistemi di blockchain sui beni fisici oggi in uso, la possibilità di introdurre nella supply chain, attraverso l’uso di un dispositivo portatile, un’impronta biologica dell’alimento, resa digitale attraverso l’intelligenza artificiale. Inoltre, la ricerca ha mostrato come fare leva sulla forte corrispondenza tra il prodotto fisico e il suo gemello digitale, che è stato un altro aspetto rilevante oggetto di indagine.

Una versione preliminare dei risultati conseguiti è pubblicamente accessibile su arXis, l’archivio internazionale di riferimento per gli articoli scientifici in materia di informatica, matematica, fisica e statistica.

La ricerca si è avvalsa del sostegno di fondi di Horizon 2020, Regione Campania e della Farzati Tech srl.


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