Pappagalli, che passione. Ce ne sono di tutti i colori e delle taglie più disparate. Però, a volte i rischi che si corrono acquistando quelli di fresca importazione, non sono trascurabili. Partiamo dal presupposto che tutti i rappresentanti del mondo alato, in natura dovrebbero godere ottima salute. Il problema sorge quando sono catturati e ristretti in ambienti angusti, prima di essere esportati. E il caso, purtroppo, degli uccelli provenienti da quel vasto areale che è il sud est asiatico. Spesso c’è capitato di vedere attraverso riprese televisive in che condizioni di degrado coabitino uomini e animali. I focolai che si sono estesi a causa della peste del pollame, proprio in quella parte del mondo, hanno causato non poche vittime tra gli addetti ai lavori. Quella paura si trasforma in incubo anche per l’Europa. Il Pakistan, come la Cina, l’India, l’Afghanistan sono tra i maggiori esportatori di uccelli selvatici nel mondo. Tra i clienti privilegiati, Olanda, Belgio, Germania, Italia, Spagna. Partite acquistate, a volte, a pochi centesimi e rivendute col caro-euro. Bisogna pur tenere conto delle perdite. Ma, ora il discorso diventa difficile e complicato. Il Paramyxovirus ad alta patogenicità, individuato negli uccelli abbattuti, non deve generare, è vero, facili allarmismi, ma deve, invece, indurre ad alzare il livello di guardia nella profilassi da parte degli operatori del settore. L’ornitosi, non dimentichiamolo, è un rischio antico. Una volta era più sensibile per i possessori degli uccelli ornamentali. L’obbligo della quarantena e l’incentivazione degli allevamenti in cattività, negli ultimi vent’anni avevano fatto sparire quasi del tutto questo pericolo. Il Pakistan, disgraziatamente, riporta il rischio-sanitario indietro nel tempo. La soppressione dei circa quattromila esemplari di parrocchetti dal collare, inseparabili e diamanti quadricolori evidenzia che a Napoli, nonostante tutto, si è inteso agire senza tentennamenti. Si vive pur sempre in una città dove ci sono malattie endemiche come epatiti ed affini. La manovra subdola, però, è stata quella di occultare la notizia. A lanciarla su scala mondiale, attraverso internet ha provveduto il “World Parrot Trust”, Associazione internazionale per la conservazione dei pappagalli. E bene ha fatto. Perché ha indotto l’Italia a segnalare con due settimane di ritardo alla Commissione europea il focolaio infettivo. Ma, ora, non criminalizziamo il simpatico parrocchetto. Guarda caso, proprio a Napoli ci sono alcune colonie che vivono in libertà. Si sono riprodotte, infatti, all’Orto botanico e nei pressi della Mostra d’Oltremare. Uccelli sanissimi che anche in altre parti d’Italia e d’Europa si sono conquistati, al pari della tortora orientale, spazi vitali. Bisogna continuare ad amare il mondo alato, però, in piena sicurezza. L’Unione Europea, dagli inizi di febbraio sino al prossimo agosto ha vietato l’importazione di tutta l’avifauna, proprio, a causa dell’epidemia asiatica di influenza aviaria. Un margine di tranquillità che deve far riflettere sui guasti e le insidie di una globalizzazione dove gli incubi del passato possono tornare drammaticamente attuali.( Intervento sul quotidiano Roma del 6 marzo, di Francesco Landolfo, presidente Arga, inviato alle Arga)


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