Come uscire dalla crisi del tabacco si saprà dopo il vertice che il Ministro Gianni Alemanno avrà con gli omologhi dei 15 paesi dell’Ue e comunque prima del 19 novembre, data in cui il Consiglio europeo potrebbe decidere di tagliare i sussidi per la tabacchicoltura, visto che ormai in tutti i paesi c’ una lotta al fumo che mette a rischio il futuro della coltivazione del tabacco. Ultima spiaggia, ma mal comune mezzo gaudio. In Italia le imprese che lavorano e vivono col tabacco sono 25mila; gli addetti sono 134mila. Gli ettari destinati alla coltura del tabacco sono 40mila, assicurando una produzione nazionale di 125mila tonnellate. Ne risulta che l’Italia è il primo produttore di tabacco nell’Unione Europea che versa 320 milioni di euro per sostenere questa coltura. In Campania la produzione annua di tabacco è di 260mila quintali, i posti a rischio sarebbero 40mila. Allora che fare? In America il problema lo hanno risolto in ogni settore produttivo, con un termine che da noi è poco usato: riconversione. Si cambia attività, non si licenzia nessuno, e si continua a produrre e a vendere il nuovo prodotto. Il mercato, là, funziona così. Si pensi, per un istante, agli ettari di terra che in Italia sono destinati alla coltivazione del tabacco che è un veleno, ed ormai non lo scopre più nessuno. Facile, a questo punto, produrre colture alternative, magari di prodotti che compriamo all’estero (spesso facendo lievitare i prezzi) e il gioco è fatto. Di cibo si vive, di fumo si muore. Che si fa?


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