MIO fratello Luigi Necco, l’emigrante.
Luigi è stato così per tutta la sua vita, un emigrante che ovunque si trovasse cercava sempre qualcosa da far vedere, aiutandosi con la voce e mostrando le immagini dei luoghi che il mezzo televisivo portava nelle case dei suoi spettatori.
Per dirne una: recentemente in un documentario girato a suo tempo in Asia, mostrò le tracce di quello che fu il luogo del diluvio universale. E poi la Grecia, lo scrigno delle sue scoperte sul mondo antico. Cominciò il “suo” giornalismo con lo scrivere articoli per testate locali poi anche per quelle nazionali, una bella penna. Ricordo bene un suo reportage sulla strage di Natale a Bologna, un secolo fa…
Prendeva lezioni d’apprendistato dall’archeologo Amedeo Maiuri che lo introdusse a Pompei, terreno di prova per tutti gli studiosi delle antiche pietre e a volte mi portava con sè: là, diceva, c’è buona parte della nostra storia umana. Spesso ritornandoci da solo, ho ricordato con nostalgia i tempi dei miei calzoni corti, fiero di un fratello-padre così studioso e colto. E di Pompei fu anche amministratore attento nella veste di commissario dell’Azienda di soggiorno.
Il mondo lo aveva girato parecchio ma gli piaceva parlare della sua città: Napoli, sempre Napoli.
A cominciare dal rione Sanità dove eravamo nati in otto, in una casa fronteggiata da una magnolia che cresceva rigogliosa, poggiando i suoi fiori bianchi e profumati proprio sulla nostra balconata e, nel periodo della fioritura, papà ne regalava sempre a nostra madre,
La nostra strada era quella dirimpetto a quella dove era nato il grande Totò.
Quando nostro padre morì, ancor giovane, lui, il fratello maggiore di noi tutti, non esitò a prendere il suo posto guidandoci nella vita passo passo insieme ad Alessandro quasi suo coetaneo di un anno più piccolo. Siamo cresciuti alla loro ombra che fu anche l’ombrello che riparava dalle insidie della vita.
In quel quartiere, a quei tempi pieno di giardini e case imponenti e sontuose come ancora oggi si possono ammirare, non c’erano eventi malavitosi, nè camorra o soprusi: sì c’era un guappo ma non voleva soldi o faceva sgarri, amava solo sentirsi importante, vestiva solo gessati, bastone di giunco, ghette, e un fiore all’occhiello della giacca; si diceva che nascondeva uno stiletto nel bastone, però, siccome era un buono, regalava mobili ai novelli sposi.
La Sanità era un quartiere imbuto, nel quale si entrava sapendo che per uscirne bisognava invertire il senso di marcia. Oggi, per l’edilizia selvaggia, ci sono altre vie d’uscita, la vita si è fatta dura là dentro anche se vi sono rigurgiti di ribellione alla camorra, alle stese, alle spavalderie gratuite.Infatti, le giovani generazioni non ci stanno: si sono organizzati in coperative per darsi un lavoro che consiste nel mostrare agli altri le bellezze del quartiere con poca spesa, minimo contributo ma incentivo alla tanta speranza nel cambiamento di rotta. E i turisti hanno cominciato ad andarci. E di ciò Luigi ha sempre parlato, col suo fare sornione e sorridente.
Pronto sempre ad ascoltare tutti, abitudine che gli derivava dal suo primo approccio al mezzo radiofonico, intervistando le persone per strada; quella sperimentazione andò a buon fine e fu il primo ad attuarla ma senza mai vantarsene. Una lezione per i futuri giornalisti.
Quella sua prima trasmissione radiofonica che gli diede spazio, Spaccanapoli, se ne avvantaggiò moltissimo facendo il boom d’ascolto che a quei tempi significava successo per i vari Agostino Salvetti, Annamaria Ackerman, Renato Turi…nomi storici della radio di quegli anni e senza il fagotto dell’auditel. Una delizia soprattutto per gli ascoltatori campani.
Studiò e si laureò in lingua e letteratura russa, non per caso: per scoprire che fine aveva fatto il tesoro di Troia doveva saper parlere il russo e fu vincente perchè alla fine intervistando i sovietici, (a quel tempo c’erano ancora i soviet) riuscì a individuare il sito e scrisse un libro in due edizioni la seconda destinata agli studenti: il giallo di Troia. Ma agli studenti regalò anche la passione per l’archeologia portandoli negli studi tv per la trasmissione L’occhio del faraone. Fu il primo giornalista RAI che portò l’archeologia in televisione, poi vennero gli altri. Luigi, per noi della famiglia Gino, da uomo dai mille interessi che ne facevano giornalista a tempo pieno fu per i giovani colleghi, in Rai e fuori, un caposcuola, ed è stato un modello per le generazioni dopo la sua: per esplicita ammissione dei giornalisti a lui vicini.
Il terremoto degli anni ’80 lo trovò in prima linea a raccontare il disastro di un territorio fino ad allora sconosciuto, se non ignorato, oltre i confini regionali. Ma i morti di quel sisma svegliarono coscienze e aiuto proprio per il frenetico e continuo racconto dei giornalisti venuti da ogni parte del mondo. Innumerevoli gli episodi raccontati nei suoi collegamenti sin dal primo giorno dell’evento luttuoso. Un ciclone. Quando si arrabbiava tale era ma poi subito tornava al sorriso.
Si occupò di sport quasi per caso (pare che un suo collega si ammalò e lo sostituì all’ultimo minuto) ma poi ci si buttò a capofitto e entrò a far parte di quel gruppo di giornalisti che fecero grande 90° minuto con la guida del sobrio ma attento e simpatico conduttore Paolo Valente.
Altri tempi, che però noi napoletani ricordiamo tutti, perchè quella trasmissione ci portò a vivere con passione le vicende che portarono ai due scudetti del Napoli calcio. Domenica prossima, il popolo dei tifosi allo stadio del Napoli osserveranno un minuto di silenzio e con loro la squadra del cuore e questo a lui sarebbe piaciuto moltissimo, anche a Maradona che gli fu confidente e Gino coniò per lui la frase l’appellativo di “fenomeno” ricordando la manita de oro mundial a proposito del gol realizzato dal famoso calciatore per la vittoria del titolo mondiale.
Ma il suo lavoro di cronista gli procurò anche due pallottole nella gamba destra. Il perchè sta nel fatto che aveva documentato in un filmato connubi della camorra con il mondo del calcio. In seguito i due sicari furono arrestati e uno qualche tempo dopo, nel tentativo di fuga dal carcere cadde dal muro di cinta e si ruppe la gamba: pare fosse quella destra. A consolare Gino ci pensò il Presidente della Repubblica Sandro Pertini e lui, come al solito sorrise scordandosi il dolore fisico…
Sempre dalla parte dei cittadini, ebbe modo di far sentire la sua voce contro i disservizi durante la conduzione di Mi manda Raitre e in altre trasmissioni tv ha sempre sottolineato l’importanza dei diritti del popolo a fronte dei silenzi di chi amministra la cosa pubblica.
Quando gli fu proposto di far parte dell’amministrazione comunale di Napoli vi giunse con una messe di voti ma lì non ebbe incarichi o deleghe, fu capogruppo del suo partito e in quella veste potè parlare delle necessità e dei bisogni della città ai suoi colleghi in giunta. Battaglie avvincenti, piene di discorsi forti,ragionevoli e ovvi. Nei suoi interventi in Consiglio Comunale c’era silenzio assoluto, incantava con il suo presentare fatti e problemi della capitale del Mezzogiorno. Ci fu ascolto ma, al solito, non seguì l’ azione invocata.
Ogni mattina, in quel periodo, ci telefonavamo per parlare delle vicende comunali ma anche di quelle regionali,(io stavo all’ufficio stampa), cercando ragioni valide a giustificare certe prese di posizioni e decisioni politiche non proprio in linea con le richieste della popolazione.
Il passato ma ancor più il presente, attirava Luigi nel suo girovagare per la città; di questo parlava nelle sue mezzore televisive nella rubrica l’Emigrante, e non solo. Era diventato il suo salotto televisivo, parlava con i suoi ospiti: uno per puntata e quasi tutti responsabili istituzionali, rappresentanti delle imprese pubbliche e private, tante personalità del mondo culturale che considerava importanti e indispensabili per il buon fare nella gestione della cosa pubblica. Bocca della verità, mai restando silenzioso su fatti e misfatti della società.
E sempre, ciò di cui parlava, riguardava la sua e nostra Napoli.
Ancora una volta era ascoltato ma le soluzioni erano sempre problematiche, mai immediate.
Così come inascoltate erano le raccomandazioni che tutta la famiglia gli faceva per tenere più in conto la sua salute. A nulla servivano le insistenze della figlia Alessandra e di suo marito Gaetano, dell’adorata nipotina Martina e nemmeno delle amorevoli attenzioni di nostra sorella Tonia e del suo paziente e solerte marito Geppino ma anche di nostro fratello Alessandro, il suo primo tifoso ed estimatore; lasciando orfani i reduci suoi tre fratelli che oggi l’hanno pianto e rimpianto.
Luigi non si vedeva a fare il pensionato, lui voleva stare sempre in campo,(per lo più so che è una caratteristica dei giornalisti che hanno vissuto appieno la professione) si sentiva ancora un emigrante, e al suo funerale, al Vomero, quartiere dal quale non s’era mai discostato quando lasciò la Sanità, dopo aver sperimentato il corso Vittorio Emanuele e via Petrarca, oggi, nella chiesa e nella piazza antistante gremita di gente comune e autorità, sul suo feretro c’erano anche due cose a lui care: la sciarpa del calcio Napoli ed il cappello che usava nelle sue migrazioni, che lo hanno accompagnato nel suo ultimo viaggio, inseparabili compagni simbolicamente anche nell’aldilà. Migliaia le persone dentro la chiesa e poi fuori, nella piazza battimani e cori che hanno concluso la cerimonia.
Buon viaggio emigrante, già mi manchi anche se, riferendomi al tuo spirito avventuroso, immagino che ti stai preparando a intervistare il signor creatore e so che ci riuscirai…ciao frato, Gianpaolo, 14 marzo 2018
…………….
PS. approfitto dell’occasione per rigraziare tutti coloro che hanno voluto farmi sentire la loro vicinanza in questo giorno di grande tristezza e solitudine. Siete tantissimi e la cosa mi ha sorpreso non poco e scusatemi se non risponderò ai vostri messaggi ma uno per uno state nel mio cuore. Grazie di tutto.


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