Vincenzo Russo: I migliori anni della nostra vita
Un palcoscenico “spaziale” roteante, attraverso il quale uno dei miti degli ultimi trent’anni, si concede ai suoi amati “sorcini”. Abbandonate le ambigue piume di una giovinezza sofferta, la sua pelle “accoccolata” in abiti sfavillanti, rigorosamente bianchi e neri, adorni di filamenti luccicanti; l’ormai navigato, sempre più saggio, esorcista dei più nobili sentimenti, si propone con tutti i suoi “numeri” nonostante abbia scelto lo “Zero” come identificativo.
Generazioni vecchie e future a confronto, in una serata di festa, insieme a lui, indiscusso ballerino
dei “migliori anni della nostra vita”; ieri sera, alle nove in punto, esplode il Palamaggiò di Caserta.
Due ore di traffico, per percorrere una stradina di montagna, con un solo semaforo e neppure un vigile, per essere presente in quello che ieri sera si è trasformato in “Tempio” per colui che ci consiglia di difendere la vita, in quanto “dono” gratuitamente concesso; per colui che ci esorta ad essere disponibili verso le persone in difficoltà. “Siamo noi gli inabili che pur avendo a volte non diamo”, recita una sua canzone; ringrazio e condivido.
All’ingresso del parcheggio, mi viene incontro un ragazzo di circa 20 anni “Devi andare di là” mi dice, allorché mostratogli il “pass” colore arancio, resta meravigliato, indicandomi di andare in fondo al parcheggio e chiedere al suo “collega”, perché lì non c’era posto per il mio amico.
Seguo le indicazioni ed effettivamente il suo collega è più preparato “Venga, parcheggi qui in prossimità dell’ingresso, sarà più facile per voi”. Ringrazio e sempre con il mio amico mi dirigo verso un’ingresso attraverso il quale non può entrare; “Scusi l’ingresso per lui dov’è?” chiedo ripetutamente e ripetutamente mi viene risposto “Non so, provi più avanti”.
Dopo tre o quattro ingressi, inizio ad “incazzarmi” quando mi si avvicina un ispettore della S.I.A.E.,
molto disponibile e garbato, “Scusi qual è il suo nome? “ gli chiedo, “Nasta, mi chiamo Nasta, prego seguitemi”.
Finalmente il primo ostacolo è superato, ci affida nelle mani di un ragazzone del servizio di sorveglianza che ci indica la rampa da raggiungere per accedere all’interno del Palasport.
Manca poco all’inizio dello spettacolo, un “tizio” si aggira urlando a squarcia gola “ compro e vendo biglietti”; gli chiedo qual è il prezzo di un biglietto “ 75 Euro ”; ai botteghini ed in prevendita costa “40 Euro”; mentre un gruppo di poliziotti tranquillamente fuma.
Accediamo dalla rampa indicataci, incontro un gruppo, stavolta di anziani, rigorosamente con le guance rosse, probabilmente impiegati di mattina nei campi ( senza nulla togliere ai contadini ), con indosso un giubbotto fluorescente e con su scritto “Protezione Civile”.
“Scusi mi può indicare il posto per il mio amico?”. “Non lo so guardi. Non credo abbiano organizzato nulla per loro”. Resto letteralmente impietrito, e spingendo guadagno l’ingresso catapultandomi in quella folla di “anime”, mentre entra in scena Renato Zero.
Continuo a spingere e farmi largo, fino a raggiungere una transenna a ridosso del palco, dove un giovane grande e grosso, Ciro, riesce a sistemarci nel migliore dei modi; mentre un “sorcino” sui sessanta, baffi bianchi, si dimena fino all’inverosimile inveendo contro l’omino della sicurezza e contro il sottoscritto, perché mi era stato assegnato un posto di “favore”.
“Hai qualche problema? Esci fuori”. “Fortuna che lei è venuto qui per assistere al Concerto.Vada a caca…”. Perdo di vista mia sorella Mariarosaria e la mia amica Rosa che erano con noi.
“Pasquale lo vedi?”. “Lo vedo Enzo, non ti preoccupare”. Accanto a noi un madre con suo figlio.
Il concerto è stupendo, quando c’è lui lo spettacolo è assicurato, canzoni che si alternano a dialoghi con il pubblico; inizialmente un finto “Zero” un pò irritato per i flash e per qualche urlo di troppo.
E’ il mio vicino, un disabile, ad urlare più di tutti; Zero si volta un pò indignato; ma poi con il capo, trasmette di aver percepito un mio segnale e sorride. Ci esorta ad essere “veri”, ad essere “sicuri” ogni qual volta ci troviamo di fronte ad una scelta; parla di “fortuna” rivolgendosi alla sua band
( all’altezza della situazione ); parla della nostra amata città, citando il quartiere di Secondigliano, augurandoci poeticamente “il male che attanaglia Napoli, possa lentamente dissolversi”; grazie per l’augurio Renato, soprattutto grazie per avercelo ricordato; “Napoli è fantastica, perché non esistono due napoletani uguali. Siete tutti diversi e questo è stupendo. Mi sia concesso dire, sia nel bene che nel male”.
Tutti lo sanno ( anche le Istituzioni e gli Organizzatori degli eventi ), il mondo ci conosce molto bene; “il bello” sta nella consapevolezza di essere “malati” e nell’assurdità di una latente voglia di “guarire”.
Non bisogna preoccuparsi, perché il 9 Aprile gli italiani ( anche i napoletani ) hanno l’opportunità di cambiare le cose; cose che sinceramente non riesco a materializzare. Se non siamo in grado di gestire al meglio un evento, figurarsi gestire una città! Anche lui, l’artista, non risparmia qualche frecciatina al Cavaliere: “Detesto le persone finte, quelli in giacca e cravatta, con la 24 ore e che magari posseggono tre reti televisive” (testuali parole).
Un boato accompagna l’affermazione; al che mi chiedo “Qual è l’alternativa valida?” .Dopo tre ore di “festa”, alla quale hanno partecipato due voci femminili ed un tastierista americano, che a tratti suonava con i gomiti ( vi assicuro uno schianto ); un soddisfatto Zero e Ventimila soddisfatti più di lui, si lasciano con un abbraccio. Rivolgendomi al mio amico, “Pasquale aspettiamo che vada via un pò di gente e poi usciamo”. “Va bene”.
Guadagnato lo spazio antistante al Palasport, continuiamo l’attesa. “Ho sete, compriamo qualcosa da bere”. Mi dirigo verso uno degli stend allestiti per l’occasione,” Scusi mi può dare una birra?”. “Eccola”. “Quant’è?”. “ 5 Euro”. “Mica le ho chiesto dello champagne?”
I gestori ridono di gusto, e col sorriso sulle labbra, tentano di sminuire l’arte di “approfittare”. Avrei volentieri desistito, ma ha prevalso il fatto che Pasquale volesse la birra. Terminata la birra, una sigaretta e si ritorna a casa; dopo però aver smontato le ruote della carrozzina e sistemata la stessa nel portabagagli dell’auto con cambio automatico, quella di Pasquale, il mio amico; anche lui disabile.
Anni addietro, “I migliori anni della sua vita”, era libero di giocare a calcio, passeggiare, tuffarsi tra le onde del mare e scegliersi il posto in platea ad un concerto; a differenza di ieri, quando dal basso verso l’alto ha assistito alla povertà di animo di molti uomini. Grazie comunque, Renato.
Vincenzo Russo


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