Festa a Solopaca: quante emozioni…”perBacco”…
L’uva, il frutto associato al piacere, alla fertilità, al benessere, a Dionisio, a Priapo, a Bacco e a tutte le Divinità allegre che esistono in ogni tradizione, è il personaggio principale di ogni festa godereccia. Chicchi beneaguranti, a scandire la mezzanotte: dall’uva nasce il vino, compagno nobile dei Cavalieri che, dopo una battaglia, non rinunciano ad un solo boccale, testimone eccelso di inebrianti amicizie, custode unico di immensi sapori, sempre pronto ad esaltare il palato dei buongustai…e allora?
Allora, da un quarto di secolo e più, succede che ai piedi del monte Taburno, avvolta da una sottile nebbia settembrina, ogni anno Solopaca, ci regala “ la festa dell’uva “.
Le strade del paese, dove nell’aria si respira profumo d’agnello, sono transennate, come se da qui dovesse passare Bartali. Cent’anni di idee avvolti da un foulard nero,
cent’anni di respiri in un gilet di lana sottile, i capelli raccolti, accomodata in prima fila su una sedia di legno e paglia, con mani e mento sul suo bastone, aspetta…“ Da quando è nata la festa questo è il mio posto giovanotto…certo, prima aspettavo in piedi… “
I balconi delle case traboccano di persone di ogni età, sorrisi ovunque, c’incamminiamo, una signora si offre di ospitarci in balcone. Un portone di legno d’altri tempi, una scala di venti gradini, nessuno uguale, ed eccoci lì ad attraversare una camera dal letto, palcoscenico ideale di un atto di Eduardo. Come d’incanto mi sento in un altro tempo.
Il balcone comunica con quello del vicino, accanto a me una folta e bianca chioma: “ Abito a Melbourne ed ogni anno faccio in modo che il tempo delle mie vacanze coincida con quello della festa “.
Anticipati dagli onnipresenti bersaglieri, arrivano i carri ( grazie a Dio non quelli armati di questi tempi), ciascuno contraddistinto dal simbolo della stessa. Chiaramente: ogni contrada presenta il suo.
Il tema di quest’anno è stato il cinquantesimo anniversario della Rai. E ci sono voluti miliardi di chicchi d’uva minuziosamente e pazientemente incollati a mano.
C’è “ Portobello “, testimonianza di un giallo irrisolto; “ Quark “, l’uomo ancora non aveva preso possesso del mondo; “ Carosello “, Calimero, che accompagnava i mie primi compiti a scuola; poi ancora una “Ferrari”, simbolo di un’Italia vincente ; “Pippo Baudo” che in bicicletta attraversa un arcobaleno; “ Tito Stagno “ e il “suo” sbarco sulla luna e tanti altri ancora…
Tutto stupendamente ricoperto d’uva, tanta uva, sempre uva. Ma dove lk’avranno trovato il tempo per fare queste composizioni che sembrano scolpite in uno di quei teneri marmi di Massa Carraio?
Nell’ordinata bolgia dei contendenti, uno striscione: “ Liberate Simona e Simona “, senz’altro commento, la storia e tristemente nota e , purtroppo, ancora attuale.
Addirittura l’Immacolata, ricoperta d’uva…E suo figlio? Non c’era.
Sarà andato a cercarle per riportarle a casa, oppure è tra i ruderi a Belsan a raccogliere il suo sangue innocente, per trasformarlo in vino…come prima di tornare dal Padre.
Torno a casa con un vassoio di “struscioli ” e qualche bottiglia di buon vino. Ho tante speranze, brinderò a mille cose, ma il primo bicchiere, non c’è dubbio, è per le mani
dei contadini e degli artigiani dei carri. Vincenzo Russo.


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