Uranio impoverito, una strage silenziosa.
Il tre luglio di due anni fa, una donna soffriva per le doglie del parto, un giovane, Antonio Milano, combatteva con la morte; un bimbo s’affrettava ad aprire gli occhi alla vita, imminente la sua nascita; un picchetto di soldati, insieme al comandante, in attesa di rendere onore al collega che aveva ceduto al male; una famiglia, padre, madre, fratello e parenti tutti piangevano per il dolore. I sacrifici per inserirsi con dignità in questa società ormai non servivano più. Il sole splendeva alto nel cielo, l’afa soffocava, lacrime e sudore bagnavano i nostri volti. Il responsabile di tutto questo? L’uranio impoverito. Per chi non sa, l’uranio è un metallo, notevole per la sua radioattività e perché disintegrandosi libera energia per i proiettili in dotazione, in zone di guerra, ai soldati, che s’ammalano o si ammaleranno di linfomi e leucemie, come gli abitanti locali. Una strage.
I nostri ragazzi partirono volontari per l’ex Jugoslavia, il Kosovo, la Bosnia, paesi dove c’è stata la guerra e ci sono miseria, armi, morte. Antonio e altri ragazzi hanno accettato di andare in questi Paesi, pensando prima di tutto d’essere utili per portarvi la pace, per il proprio avvenire, per un lavoro. Ma l’uranio impoverito ha distrutto i sogni e i corpi, dopo atroci sofferenze. Accadeva due anni fa. In quest’estate, nel caldo di luglio, un altro angelo ci ha lasciati perché l’uranio, che già aveva straziato il giovane corpo, gli ha spezzato le ali e lo ha ucciso: Luca Sepe, trentesima vittima, secondo le fonti d’informazione. Di vittime ce ne sono state tante e tante altre ce ne saranno. Può essere che nessuno s’interessi di questo problema? I politici, i governanti non sanno nulla di questo mostro? Essi tranquillizzano le coscienze, pensando di colmare le perdite con pensioni e sussidi. In Iraq, in Afganistan, in Cecenia, nel Ruanda avverrà la stessa cosa: la radioattività delle armi renderà le zone infertili e pericolose. Il sole splende ancora, la giovane donna ora ha un bimbo di due anni, orfano. Il bimbo ha una madre vedova. Un padre e una madre hanno perso un figlio. Per la brava gente le preoccupazioni non mancano mai: oggi Antonio, domani Luca, dopodomani Pino, Sandro e così via. Piangiamo tutti, aspettando e sperando che qualcuno metta fine ai lutti del nostro Paese e offra pace. Le vaste aree del mondo devastate e volute in guerra, dilaniate dalla morte e dalle conseguenze dell’imperialismo potrebbero trasformarsi in industrie alimentari, estetiche, edili e saremmo già in ritardo per la contaminazione. Nunzia Marino – NAPOLI Antonio Milano, 26 anni, era di Cardito. È stato ucciso da un melanoma, quattro mesi dopo l’ultima missione. Aveva operato volontario in Bosnia e Somalia nel 1996 e nel 1999. Si accorse di avere una strano neo su un braccio e la sua vita precipitò. La moglie era incinta. Sul rapporto tra uranio impoverito e melanoma non c’è ancora un accertamento serio. Anche Luca Sepe, caporal maggior di 27 anni, era di Cardito, piccola capitale di una tragedia senza verità. Se ne è andato per un linfoma di Hodgkin scoperto nel 2001 poco dopo il rientro dall’ex Jugoslavia. Per capire, era tornato in Kosovo, aveva parlato con tanti commilitoni, si era ricordato che con altri aveva rimosso un’antenna abbattuta da bombe americane. A novembre Sepe aveva voluto prendere parte ai funerali dei caduti di Nassiriya. Voleva indossare per l’ultima volta l’uniforme al suo matrimonio con Giusy, non ce l’ha fatta. È l’ultimo dei militari italiani morti in seguito a missioni cosiddette di pace, chi dice che il totale è 18, chi 20, chi 30. Prima di lui era deceduto in Sardegna Valery Melis, 26 anni. Quelli che stanno male sono oltre 250. Tracce di radioattività sono state individuate in otto degli undici posti bombardati in Kosovo. È emersa una nota del Pentagono, del 1993, che informava le truppe sulle precauzioni da prendere in caso di utilizzo di armi con uranio impoverito. Agli italiani non fu detto niente.
Oltre ai decessi, si registrano numerosi casi di figli di militari nati con gravi malformazioni. Il piccolo di Sifrido Ranucci, altro reduce dai Balcani, ha visto la luce con il palato aperto fino alla faringe. Ranucci, nel 2003, è stato il primo a parlare con chiarezza, a Rainews. Ha detto che suoi colleghi hanno avuto figli con problemi devastanti al palato, alla schiena, ai reni; uno, stravolto, si è rifiutato di riconoscere il piccino. Dei primi sospetti riferì al Comando, gli fu ordinato di tacere pena il trasferimento. Esiste solo una relazione piuttosto scarna, manca una indagine esauriente sulle patologie dei soldati andati in zone in cui si usava l’uranio impoverito. È aperto pure il problema dei risarcimenti alle famiglie, anche se il ministero della Difesa è stato condannato a pagare 500.000 euro a quella di Stefano Melone. Il minimo da pretendere è un’inchiesta governativa seria e illuminante. È la premessa per fare giustizia. Per ora è annunciata un’indagine su mille soldati italiani in Iraq. Per capire quanti guasti produca partecipare a una guerra, l’inchiesta è superflua. (Pietro Gargano, Il Mattino)


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