Napoli, il Vesuvio, il sole, le canzoni, la tarantella, la pizza, il caffè, parlarne si rischia l’accusa di tracciare un ritratto oleografico della città. Eppure la pizza e i pizzaioli napoletani sono riconosciuti “patrimonio culturale immateriale” da parte dell’United Nations Educational, Scientific and Cultural (Unesco). Il distintivo dopo otto anni di negoziati con voto unanime nell’isola di Jeju, in Corea del Sud. Per la Campania, il secondo riconoscimento alimentare dopo la Dieta mediterranea.
“Vittoria, identità enogastronomia italiana sempre più tutelata nel mondo”, ha dichiarato il ministro, Maurizio Martina. Il verdetto della giuria internazionale: “Il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale. I pizzaioli e i loro ospiti s’impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da “palcoscenico” durante il processo di produzione della pizza. Ciò avviene in un’atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale”.
L’evento festeggiato con un giorno di anticipo presente il ministro Dario Franceschini, presso il forno del Casamento Torre nel Real Bosco di Capodimonte in uno dei giardini della reggia borbonica, dove sembra stata infornata la famosa pizza Margherita. Siamo nel 1889 – si racconta – e la regina esprime il desiderio di una pizza napoletana. Viene invitato Raffaele Esposito, gli eredi gestiscono l’attuale pizzeria Brandi di Via S.Anna di Palazzo, angolo via Chiaja. A Capodimonte l’antesignano dell’antico mestiere preparò tre diversi tipi di pizza. Quali sono stati non si sa. Si presume che, scartata la pizza cosiddetta “alla marinara” non essendo opportuno preparare per la regina una pizza condita con aglio, gli “storici” hanno ritenuto che le pizze predisposte in quella circostanza fossero condite: una con formaggio olio e basilico, una con cecenielle il novellame di pesce; la terza pizza, infine, sarebbe stata inventata lì per lì con l’intenzione di Raffaele Esposito di rendere omaggio alla sovrana, utilizzando ingredienti dai colori della bandiera Sabauda: rosso il pomodoro, bianco la mozzarella e verde il basilico e cotta nell’antico forno, dove Sylvain Bellenger, direttore del parco, museo e pinacoteca più grande d’Europa, ha annunciato di indire una gara per la gestione di un ristorante-pizzeria proprio dove è nata la più famosa delle pizze, in questi giorni insignita dell’alto onore.
“ Con il riconoscimento all’arte dei pizzaiuoli napoletani – ha dichiarato Vincenzo De Luca, presidente della Regione – la Campania si conferma la prima regione italiana al mondo per la sua produzione culturale agroalimentare. Sono loro, i pizzaiuoli, protagonisti di una tradizione che, dalla manipolazione di prodotti semplici quali l’acqua e la farina, realizzano veri capolavori dell’alimentazione che tutto il mondo ci invidia”.
Per festeggiare questo momento storico, l’Associazione Verace Pizza Napoletana e l’Associazione Pizzaiuoli Napoletani hanno chiesto ad un grande artista di realizzare una statua di bronzo, alta oltre 2 metri, da sistema in una piazza centrale della città che diventerà il simbolo di questo importante riconoscimento mondiale.
mario carillo (mcarill@tin.) giornalista associato Arga Campania


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