19 gennaio 2004 – Pesca: l’attrezzatura della pesca di fondo(1).
Occorre una canna piuttosto lunga: a seconda dei corsi d’acqua e della loro ampiezza, può variare dai quattro agli otto metri, ma è chiaro che anche una misura minima è tale da permettere di compiere le prime imprese su grandi fiumi, se ci si accontenta di catture modeste.
La canna per il fondo è normalmente composta di vari segmenti, con diametro decrescente e che si infilano l’uno nell’altro; la parte terminale e più sottile, il cosiddetto cimino, deve possedere doti particolari di flessibilità e di nervosità. Pertanto, se la canna può essere fatta anche di materiale economico, sarà bene che il cimino sia di legno scelto, normalmente bambù del Tonchino.
Oggi esistono anche ottime canne in fibra di vetro: tuttavia, per la lunghezza richiesta dalla pesca a fondo, possono risultare un po’ troppo rigide. Dopo la canna, la lenza, che generalmente deve essere un po’ più corta. Una volta, seta e crine erano i materiali preferiti, ma oggi predominano il nailon o altri trafilati sintetici che danno ampia garanzia di resistenza, con spessori sempre minori.
Tale è la diffidenza del pesce, da metterlo in allarme se la lenza risulta troppo visibile, e perciò la parte che di questa viene immersa, il cosiddetto terminale, è fatta col filo più sottile, tanto da passare inosservato anche ai sospettosissimi cavedani: riescono efficaci, in tal caso, terminali del diametro di dieci centesimo di millimetro, montati su lenze da 15.
Pur così sottili , riescono a sostenere lo sforzo opposto da un pesce anche di 2 kg. All’estremità libera del terminale è ovviamente attaccato l’amo che, relativamente al tipo di pesce che si intende catturare, deve essere il più piccolo possibile. E questo perché più sarà mascherato dall’esca e meno ecciterà la diffidenza del pesce. La lenza è inoltre munita di un galleggiante,il cui scopo è quello di manifestare al pescatore l’eventuale interesse che l’esca suscita nel pennuto.
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«Un’azione strutturata di monitoraggio scientifico per prevenire possibili danni agli ecosistemi marini e alle attività di pesca e acquacoltura». La Regione Campania cambia passo nella gestione della diffusione del granchio blu lungo le proprie coste. Leggi tutto
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