Biblioteca Nazionale Napoli
Venerdì 9 ottobre 2009 ore 11
Presentazione del volume di Antonio Mattozzi:
“Una storia Napoletana, Pizzerie e Pizzaiuoli tra Sette e Ottocento”
Slow Food Editore.

LA NOTA
Circolare per Napoli di venerdì subito dopo le 10 del mattino è impresa titanica; sperare di trovare subito il parcheggio libero è una questione di raccomandazione oltre che di fortuna; arrivare in tempo alla presentazione di un libro se non è un’impresa impossibile, poco ci manca.
E così è stato per me che venivo da fuori città ma, sudato e accaldato, ho fatto appena in tempo a trovare un posto, mio malgrado, libero in prima fila, davanti ad altre riempite di gente attenta e silenziosa, per ascoltare gli ultimi tre interventi sul libro scritto dal docente di materie letterarie Antonio Mattozzi che ha celebrato la pizza, i pizzaiuoli (con la u, perchè, ha detto, senza si usa solo al femminile)e, naturalmente la mia bellissima città in un viaggio di due secoli e passa.
Ora, sulla pizza si pensa sempre di saperne quanto basta; invece, il buon don Antonio della dinastia dei Mattozzi, pizzaiuoli da generazioni, è andato a scovare tutto quello che non sapevamo, un pò in Biblioteca, (a proposito: bravo direttore Giancaspro, ha visto quanta gente e quanti giornalisti di mattina?), poi all’Archivio di Stato, all’Anagrafe del Comune di Napoli e in tutti quegli uffici dove trovare cle notizie riguardanti l’unico argomento che gli stava a cuore: la pizza.
Le sue ricerche hanno riempito pagine su pagine ( più di 200 che potevano essere il doppio se avesse usato un corpo di stampa meno piccolo) e che ha fatto stampare da Slow food in migliaia di copie al prezzo, ormai standard per tutti i libri, di euro 13,50.
Cosa ha scritto non lo so, l’ho appena comprato e certo non potevo leggerlo là per là; ma seppure l’avessi letto non lo avrei raccontato, perchè il libro va comprato, letto e conservato gelosamente. Perchè?
Ma perchè la pizza fa parte della storia dei napoletani molto più di quanto si possa credere.
La pizza ha sfamato generazioni di poveri, di operai, di studenti, di famiglie che la consumavano come unico pasto e che continuano a farlo anche oggi, complice anche la crisi di pecunia che a Napoli ha colpito come altrove.
Ma, attenzione,la pizza non è sempre la stessa.
Dipende da dove la mangiamo? Dall’acqua?
Dal pomodoro?
Dalla farina?
Dall’impasto?
Dagli ingredienti tipo: come basilico, olio, mozzarella, salumi, alici, ulive,funghi ecc…?
Dalle mani del pizzaiuolo?
Dalla durata di accensione del forno?
O da che?
Non ci può esssere risposta.
L’assunto? La pizza è come la persona; ogni essere umano è diverso dall’altro e così accade anche per la pizza.
Non è mai la stessa, anche se con le altre nasce dalle mani dello stesso pizzaiuolo e infilata nello stesso forno.
Ma c’è di più. La pizza è fenomeno commerciale non tanto e solo a Napoli, dove invece è solo una cosa essenziale per i napoletani; ma fuori da Napoli è diverso.
Appena lontana dai confini cittadini, infatti, essa si trasforma in un affare economico.
Solo che poi cambia nome, non è più la “pizza napoletana” ma nel territorio regionale diventa sannita, irpina, salernitana,cilentana, casertana.
In campo nazionale, però, torna al suo nome originale; ma provate a mangiarla e poi mi direte se non somiglia più ad una focaccia che alla “nostra”.
In Spagna, per esempio,la pizza napoletana va per la maggiore tra i giovani, ma i vecchi amano la tortilla, che è una crostata-pizza di patate e cipolle. E nel resto d’Europa assume vesti diverse e della pizza nostrana non c’è più nemmeno il nome. Scrivono Pizza e che Dio la mandi buona a chi s’avventura.
In America, invece, hanno fatto propria la nostra pizza, come se l’avessero inventata loro. A New York ce ne sono a centinaia di “Pizza store” ma provate a mangiarla…
Questa esportazione della pizza nel mondo mi ha fatto ricordare qualcosa di analogo che è accaduto ai palestinesi con gli isaraeliani a proposito della loro “pizza”.
Da secoli, gli arabi di Palestina avevano come pietanza principale la falafel, una pizzetta cotta al forno oppure fritta (un tempo la si cuoceva sotto la cenere) che, chiusa a mò di coppo, si riempie con verdurine, crema di ceci, pezzettini di pollo o di carne di vitellino.
Dopo il 1948, con il riconoscimento dello stato di Israele, gli ebrei che vi si concentrarono e che venivano da ogni parte del mondo, dovevano darsi un’identità al di là di quella religiosa che li univa. E cosa fecero? Guardarono nel campo del vicino palestinese e si inventarono la falafel. La copiarono ma non la uguagliarono e mai ci riusciranno, perchè, come la pizza, è un prodotto non esportabile. Lo si può copiare ma non sarà mai quello arabo.
Ciò nonostante gli israeliani continuano a scrivere sui negozi che la loro era ed è la vera falafel!
E così è accaduto alla pizza napoletana.
Ecco, su queste amenità piacevoli e stuzzicanti, hanno discettato gli oratori e quello che ho scritto è solo una minima parte di quello che hanno detto. Colpa del traffico, del parcheggio e del caldo.
Fortuna che sulla terrazza della Biblioteca erano stati allestiti banchetti dove si servivano pizze (di Mattozzi, ovviamente) e vini.
Tra le espositrici una bella sorpresa, la nostra Manuela Piancastelli col suo Pallagrello. Non ci ho visto più; e insieme a frittelle e pezzetti di pizza ho fatto rifornimento con gli amici dell’Arga: Luciano Pignataro, vice presidente Arga che ha svolto un intervento che andrebbe preso come lectio magistralis visto il taglio (non di pizza, ovviamente) veramente da studioso del fenomeno pizza, Mario Carillo, Giulia Cannada, Michela Guadagno, Monica Piscitelli, e con la padrona di casa per i giornalisti, Lydia Tarsitano, prima di ributtarmi nel traffico di questa città che, sarà quel che sarà, ma è senz’altro il mio amore di sempre. Con la pizza, s’intende.
Gianpaolo Necco
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L’EVENTO
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Biblioteca Nazionale Napoli
Venerdì 9 ottobre 2009 ore 11
Presentazione del volume di Antonio Mattozzi:
“Una storia Napoletana, Pizzerie e Pizzaioli tra Sette e Ottocento”
Slow Food Editore.
Con l’autore intervengono:
– lo storico Guido D’Agostino, che ne ha curato la prefazione,
– José Vicente Quirante, direttore Instituto Cervantes di Napoli,
– il giornalista de Il Mattino, Luciano Pignataro, vice presidente Arga Campania(Associazine giornalisti agricoli),
– Giovanni Ruffa, giornalista delle riviste “SlowFood”,
– Coordina Mauro Giancaspro, Direttore Biblioteca Nazionale.
– Ospite: l’attore, regista e sceneggiatore Ugo Gregoretti.
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LA PIZZA
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Marinara, margherita, capricciosa , sempre più apprezzata e diffusa nel mondo, la pizza, emblema della tradizione gastronomica partenopea lega la sua storia a quella città di Napoli, dove nel settecento si mangiava per strada piegata a “fazzoletto.
Cibo plebeo, fatto di acqua e farina nell’800 si inizia a gustare anche direttamente presso i forni .
Antonio Mattozzi traccia il quadro di un mestiere nato in una città tra le più popolate d’Europa, Il libro ” Una storia napoletana -Pizzerie e pizzaioli tra Sette e Ottocento”(Slow Food editore) sarà presentato venerdì 9 ottobre, ore 11.00, alla Biblioteca Nazionale di Napoli, Sala Rari.
Nel libro, frutto di un’accurata ricerca d’archivio, si ricostruisce la storia del pizzaiuolo e della pizzeria e la sua espansione sul territorio cittadino, attraverso tre importanti periodi della storia di Napoli: il Decennio Francese, l’Unità d’Italia e il cosiddetto Risanamento, cioè lo sventramento della città.
E’ la storia dell’evolversi di un gruppo sociale, che acquista una sua identità riconosciuta in ogni parte del mondo//Lytar
Antonio Mattozzi, docente di materie letterarie, ha partecipato all’attività didattica e di ricerca dell’Istituto Campano di Storia della Resistenza e ha collaborato con la cattedra di Storia delle Istituzioni Parlamentari di Napoli Federico II, pubblicando alcuni saggi sul parlamento inglese

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