Risale alla settimana dei festeggiamenti a San Gennaro la notizia pubblicata sul settimanale della Curia Nuova Stagione che il Cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, ha inaugurato il percorso storico, religioso e culturale che va dalle catacombe di San Gennaro a Capodimonte fino alla Cattedrale.
Un tour che, si legge, ha come obiettivo quello di intercettare il flusso di turisti che visitano le Catacombe per accompagnarli all’interno del Rione Sanità, seguendo un itinerario religioso lungo un miglio che però consente di vedere anche com’è e cos’è oggi il quartiere.
Nel quartiere, si legge ancora, di concerto con le intenzioni del Cardinale, opera l’Associazione L’altra Napoli con un progetto “Rione Sanità, ieri, oggi e domani” che ha permesso a giovani riuniti in cooperative (Iron Angels, La Paranza, ecc.) di rendersi utili nel restauro di opere ecclesiali, ma anche di realizzare un progetto di formazione orchestrale Sanitaensamble destinato ai ragazzi fra gli 8 e i 15 anni e nella riqualificazione urbanistica di un territorio che definire disagiato è il minimo.
Tanto altro, però, bolle in pentola e ci sarà modo di parlarne ancora.
Negli stessi giorni, si è svolta una tavola rotonda organizzata dall’Auser Napoli Centro Onlus (www.ausernapolicentro.it), presso la Chiesa dei Padri Missionari Vincenziani di via Vergini, dedicata ai temi del volontariato e della terza età, con la presentazione del libro fotografico
“La speranza dei Vergini”.
Vi sono raffigurati volti di anziani del rione, di quelli che lo vivono da emarginati, esclusi dalla vita attiva e dalla società, ma fortemente legati alla voglia di avere una vita migliore. Ci sono anche esempi di collaborazione e disponibilità verso chi giovane non è più, da parte di coetanei e anche di giovani.
Un libro che ha il merito di aprire un’ampia pagina sulla solidarietà attraverso il volontariato.
Questo evento ha fornito anche un dato importante: il presidente della terza la municipalità ha partecipato all’iniziativa e questo è un segnale senz’altro positivo per un quartiere come quello della Sanità dove tutto diventa difficile quando si parla di cose da fare e di mezzo ci sono le istituzioni.
Ma non è facile agire in una realtà dove la paura la fa da padrona a tutte le ore del giorno.
Proprio in quel miglio, spezzettato da decine di vicoli, che da una parte vanno verso la parte alta della città, Mater Dei-Vomero, e dall’altra verso l’osservatorio astronomico di Capodimonte, e che rappresenta l’itinerario cultural-religioso ideato e voluto dal Cardinale, la vita umana costa poco, quasi nulla, per la malavita organizzata e non, che dagli anni settanta ha cominciato ad impossessarsi, strada dopo strada, dell’intero quartiere.
Creando paure, sottomissioni e omertà che i residenti sembrano aver assunto (certo involontariamente) nel loro dna per sfuggire alle minacce di chi prepotentemente ha violentato le loro vite di persone un tempo forse povere ma semplici, tranquille, serene e fiduciose verso un futuro, quello della ricostruzione dopo la guerra, del boom economico degli anni sessanta, dell’impegno delle istituzioni a cui si è sempre guardato con speranza per le tante cose che da esse potevano venire e che aspettavano, e da cui sono state spesso e frequentemente tradite e deluse. Ed oggi ancora.
Eppure quel tempo andato avrebbe dovuto lasciare nel quartiere una traccia ben più forte per sfuggire al timore ossessivo della malavita.
Di quello che è l’imbuto della città nella rubrica seguente riporto la memoria storica, grazie ad una testimonianza che ha descritto il presente amaro e insopportabile, ed il passato dolce e piacevole.
Cose che ho scritte solo in parte, raffrontandole a quelle recentissime di alcuni giorni fa quando, dopo quaranta anni, anch’io vi ho fatto ritorno, con il Cardinale che prova a rompere con l’esistente, col perdurante degrado e con lo scetticismo della gente che lo abita.
Lui avrebbe bisogno di un esercito vero, possibilmente non solo in divisa, per supportare l’iniziativa, per non farla diventare episodica, quindi di uomini decisi a far tornare la Sanità quel quartiere sano e vivibile come un tempo.
Lui ci crede e dice a più riprese che si può fare, ed ha cominciato.
Ci va col libro delle buone intenzioni, deciso a percorrere fino in fondo la strada scelta e non s’è rivolto alle istituzioni preposte, ma soprattutto a chi abita quel quartiere, forse augurandosi di averle stimolate tutte a darsi una mossa col suo esempio, coinvolgendole nel processo di recupero di quel pezzo di Napoli oggi così degradato. Dobbiamo credere nella storia a lieto fine?
Dobbiamo.


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