LA TESTIMONIANZA DI UN RESIDENTE: UN TEMPO NON ERA COSI’…

Le persone, negli anni ’50, a Napoli come nel resto d’ Italia, erano totalmente diverse.
Anche nel quartiere Sanità. Ricordo che bambino, frequentavo la chiesa dei Passionisti (un tempo si chiamavano Verginisti) , servivo la prima messa ad un prete novantenne che nemmeno si reggeva in piedi. E dovevo fare tutto io. Mettere il messale alle pagine giuste, leggere l’inizio delle preghiere in latino perché lui ogni tanto andava in tilt. Ricordo che un giorno una suora mi chiese cosa avrei voluto fare da grande: il prete, risposi convinto.
Il rione era operoso, pieno di gente che si industriava per vivere la giornata nel migliore dei modi. Per sbarcare il lunario dopo una notte, quella della guerra, durata troppo a lungo.
Bastava poco. Un po’ di polvere di piselli in scatola lasciata dagli americani, il pane bianco che i fornai dei Vergini ricavavano con farina di contrabbando, i residui di pasta (la pasta spezzata), le alici che i pescatori del quartiere andavano a prendere di notte nel golfo e vendevano a poche am-lire. C’era la voglia di aiutarsi, di scacciare i fantasmi della guerra, di tornare a vivere normalmente sognando il primo fornello a liquigas, il frigorifero e la vespa, mentre la prima automobile restava un sogno come la tv.
La Tv, inoltre, sarebbe venuta dopo ma, inizialmente, solo per pochi eletti. E intanto nelle cucine funzionava la fornace a carbone che, a turno coi fratelli, si teneva accesa a furia di colpi di ventaglio. Noi ragazzi ci passavamo, in quattro, (poi saremmo diventati otto), la sola sigaretta disponibile presa dal pacchetto di papà. E si leggevano i fumetti di Mandrake e l’uomo mascherato, Cino e Franco, Nembo Kid, ovviamente sempre passandoceli in prestito con i compagni di scuola.
Una scuola dove, fino alla terza media si portava il grembiule col nastro tricolore. Prima al Mario Pagano, poi all’Angiulli, al Froebeliano, all’Educandato Femminile, per le elementari, in un annuale giro scolastico, per via dei bombardamenti che avevano distrutto non solo molti edifici, ma anche quasi tutte le scuole della zona. Per le medie si andava solo al Giambattista Vico, che ospitava la Edmondo De Amicis, e là tutto era stato aggiustato alla men peggio.
A cinema solo film western con gli indiani che le prendevano sempre; e non pagavamo perché uno dei compagni di banco era il figlio del proprietario della sala e anche perché la sorella faceva la corte ad uno di noi.
La domenica si andava sulle scale del museo archeologico a contare le poche auto che passavano di sotto e poi si giocava a pallone sul piazzale.
A sera i genitori andavano a cinema o a teatro ( a quel tempo il San Ferdinando ospitava il grande Eduardo), oppure a far visita a qualche parente o amico, e noi ne approfittavamo per fare festa in casa di un amico che aveva i primi dischi rock di Elvis Presley, e quelli lenti e sdolcinati di Paul Anka e Neil Sedaka. Quando si incrociava una ragazza, prima si arrossiva e poi la si sognava ad occhi aperti.
Fu in quella casa che i miei amici, col ballo della mattonella, avevano incontrato la loro prima ragazza, che poi sarebbe stata anche l’ultima, diventando la loro moglie. E si concludeva andando tutti a vedere la tv a casa del figlio di un pizzaiolo di Materdei che ci faceva arrivare anche cartocci di pastelle fritte e panzarotti.
L’indomani, i papà a lavorare (c’era il lavoro, c’era eccome…), e le mamme a pulire casa e a far la spesa: e noi si tornava a scuola e poi si faceva a sassi con le “bande” di ragazzi di altre classi nelle strade di Miradois sui due prati sovrapposti alla sede stradale e dei Cristallini, poi a casa, sudati e sporchi a prendere sculacciate…ma il giorno dopo si replicava sempre.
I giovani facevano recite negli oratori, alcuni avevano messo su teatrini di pupi, quelli con le facce in creta che si reggevano su un filo di ferro, e la domenica mattina, gratuitamente e sempre negli oratori, si proiettavano film vecchi come matusalemme ma pieni di avventure e di sani sentimenti.
Era così che cresceva una gioventù senza grilli per la testa: la famiglia era il collante insostituibile. Il luogo dove si decideva tutto tra padre e madre e noi ad eseguire in blocco.
Gli adulti avevano il loro da fare: chi al negozio, o al mercato, alla posta, alla ferrovia, al comune o a scuola. Era un rione dove tutti si conoscevano, si parlavano, litigavano anche, ma poi andavano insieme a messa o in pellegrinaggio al cimitero delle Fontanelle e far visita alle centinaia di teschi ammassati l’uno sull’altro chissà da quanto, oppure a far parte della preparazione della festa del Munacone, in piazza della Sanità.
Certo non c’era opulenza in giro, il quartiere di per sé non produceva nulla. C’erano giardini che offrivano agrumi, fave e ortaggi e il mercato dei Vergini praticava prezzi accessibili a tutti. Nelle grotte di tufo dei Cristallini c’erano mucche che venivano munte fornendo latte che le mamme andavano a comprare ogni mattina per i loro piccoli. Ricordo che ci andavo io: la bottiglia arrivava a casa sempre mezzo vuota perché ne bevevo la parte mancante lungo la strada.
C’erano molti artigiani, falegnami, fabbri, idraulici e elettricisti, nessuna fabbrica ma un deposito di carbone, e un esercito di operai improvvisati.
L’istituto per geometri Giambattista Della Porta e quello professionale Casanova che preparavano operaie tecnici del domani non venivano frequentati da tutti perchè molti erano i ragazzi che andavano a lavorare.
C’era gente che s’industriava alla bell’e meglio per rimettere a posto le case semidistrutte sia dalla guerra che dall’eruzione del Vesuvio. Infatti la cenere incandescente aveva incendiato numerosi tetti e non erano pochi quelli crollati col suo peso.
In inverno, poi, c’era un problema in più. Nel quartiere non c’erano canali sufficienti ad assorbire la pioggia che scendeva come un fiume non solo dal cielo ma anche dalle pendici di Capodimonte, invadendo l’intero quartiere e, attraverso i Vergini, imboccata via Duomo, andava a morire in mare. Ma prima, quell’acqua marrone entrava nei bassi, portava via masserizie e lasciava disperati i poveretti che li abitavano. E allora erano scene drammatiche. Il fenomeno finì anni dopo, quando un sindaco ebbe il coraggio di sventrare le strade e mettere delle tubature in grado di assorbire l’acqua piovana.
Non è che in passato si stesse proprio bene, perchè è vero quel che s’è scritto, e cioè che un tempo la Sanità era il quartiere dove agivano i guappi. Va però sfatata la credenza che la camorra sia la versione moderna della vecchia guapperia.
I guappi erano persone che non infastidivano troppo il prossimo, anzi, verso i residenti mostravano la loro magnaminità e aiuto, in cambio di ossequio alla propria persona. Questo ricordo.
I camorristi invece, uccidono.
Parlando di guappi, ce n’era uno, chiamato Naso ‘e cane (naso di cane) per via di una coltellata che gli aveva troncato la punta del naso, (per una questione di donne), che era un uomo che sapeva tutto di tutti. Non mancavano i suoi auguri scritti con omaggi floreali a chi si sposava nel quartiere, o ai parenti di defunti, o di aiuto economico ai meno abbienti. Era proprietario di un mobilificio, e spesso ai futuri sposi che avevano bisogno di mobili per la loro casa, faceva delazioni lunghissime, senza cambiali (che a quei tempi valeva quasi quanto la moneta corrente) quando non addirittura regali. In cambio chiedeva solo che lo si salutasse con deferenza, che si andasse alla sua festa di compleanno e che lo si accompagnasse quando stava per strada. Ed erano cortei che si snodavano dalla piazza Sanità ai Vergini. Un po’ come la scena dei “pazzarielli” che giravano per il quartiere con vestiti da pagliaccio (che per lo più scimmiottavano le divise dei soldati francesi) per reclamizzare la merce di questo o quel negozio.
Roba che oggi farebbe ridere, da sceneggiata alla Mario Merola (un re in questo campo); parole come pizzo, tangente, ricatto, usura erano ancora da venire così come corruzione e concussione, camorra e nuova camorra, clan, boss, pusher…

ORA INVECE…
Nel quartiere la gente è cambiata, è incavolata, furiosa, prepotente, sfrontata, insofferente, aggressiva, violenta, stanca, sgarbata, delusa, frettolosa, vociante, indolente, volgare. Impaurita.
Il rione Sanità, urbanisticamente, è come un imbuto: nella parte larga, cioè da via Foria, ha numerose strade d’accesso ma per uscire dalla parte opposta ce ne sono molte meno, due. Nell’imbuto, oggi, si sta male.
Il caos è indescrivibile, nelle strade costruite per carrettini procedono auto e minibus in entrambi i sensi di marcia. Basta un motorino parcheggiato lungo un marciapiede perché tutto si blocchi. E la cosa accade ogni giorno decine di volte. Tutti sono indolenti e trasgressori e tutti protestano in egual misura!
Persino nel mercatino rionale, dove c’è spazio a volontà, risulta difficile circolare. La gente va frettolosa, i venditori alzano il più possibile la voce e spesso si ascoltano volgarità irriferibili. Com’è cambiata la gente e come è diverso, prepotente e invadente, l’atteggiamento del prossimo.
Basterebbe una divisa, meglio se tante, anche l’esercito, per riportare un minimo di legalità e vivibilità nell’intero quartiere.
Ma non ci sono le forze dell’ordine e nemmeno i vigili, meglio: osservano il tutto dal ponte che sovrasta il punto centrale del rione. In realtà dirigono il traffico di via Santa Teresa. Perché non vengono giù? Forse non è previsto nell’ordine di servizio del giorno di nessuno di loro. O forse hanno paura. E’ un quartiere che ha bisogno di certezze, legalità, serenità e invece…
La gente è incavolata per il fatto di dover vivere in una bolgia disordinata, ma è obbligata a farlo, un po’ per nascita, molto per i prezzi delle abitazioni che sono ancora contenuti (ma non bassi). Gli abitanti dei terranei, i famosi “bassi”, hanno trasformato le loro abitazioni in qualcosa che sta a metà strada tra il villino semiprivato e quello completamente abusivo, con paletti per evitare la sosta di auto ma togliendo spazio alla strada, per parcheggiarvi la motoretta, la motocicletta di grossa cilindrata o l’automobile. I panni sono appesi su stenditoi che invadono i marciapiedi e spesso vecchie sedie sono disseminate sui bordi stradali per conservare il proprio (abusivo) posto auto. Un comportamento prepotente e sfrontato, di sfida alla gente che non osa, che vuol vivere tranquilla e alle istituzioni di controllo.
E’ gente insofferente per il fatto di dover sopportare un traffico infernale, i gas di scarico che entrano anche ai piani alti, i lancinanti ululati di sirene di ambulanza che passano frequentemente per la presenza in zona dell’ospedale San Gennaro.
Un antico nosocomio, letteralmente assediato da auto parcheggiate secondo il volere di parcheggiatori abusivi ai quali un euro spesso non basta per concedere il permesso di sosta. Una vera e propria aggressione senza via d’uscita, se non quella di rinunciare ad arrivarci con l’auto personale. Ma i bus non hanno sempre via libera e i tassisti hanno una botta in fronte quando sentono che devono andare là.
E poi le sentinelle: sì, uomini, giovani e ragazzi che seduti sulle loro moto, messe lungo i bordi dei marciapiedi che restringono ancor più la sede stradale, senza scomporsi se qualcuno non riesce a passare per l’ingombro creato da loro. Sono là immobili come statue, come le sentinelle di guardia al palazzo reale, ma in Inghilterra. Padroni di una violenza silenziosa. Loro a chi fanno la guardia?
I residenti sono stanchi di vedere i propri figli far comunella con venditori di droga; spacciatori che operano alla luce del sole, noti a tutti ma forse non ancora alle forze dell’ordine. Giovani che camminano barcollanti tra la folla, con occhi spenti in cerca di euro per una dose che li risollevi per un po’ dalla depressione dovuta all’astinenza di qualche ora. Vittime di un girone infernale che al suo terminale porta solo larve di persone quando non cadaveri.
Abitanti impauriti, perché sanno che vivono in mezzo a persone senza scrupoli che s’è impadronita del quartiere, che fa quel che vuole, sapendo di restare impunita perché là dentro non troveranno mai una divisa pronta ad imporre ordine e a far valere la legalità. Una terra di tutti e di nessuno, dove solo forze dell’ordine in massa: esercito, carabinieri, polizia, guardia di finanza e vigili urbani potrebbero far entrare le regole dello stato. Perché non succede, perché l’anarchia e a chi può far comodo?
Gente che è delusa dalle istituzioni per il fatto di dover pagare salato un servizio saltuario di prelievo dei rifiuti, lavaggio e pulizia delle strade, senza alcun rispetto per le date della raccolta differenziata. E sono ai verbi difettivi anche i servizi che riguardano l’erogazione di acqua, gas e luce. Un caos nel caos.
Ma anche le case, gli edifici più o meno storici, meriterebbero attenzione. Il progetto Sirena, che consente di rifare le facciate dei palazzi (puntualizzo: solo le facciate), a spese del Comune di Napoli, ha attecchito al Vomero ma non alla Sanità. Gli edifici fatiscenti, spesso carichi storia antica, rendono ancora più triste viverci dentro. Stanno là, sotto gli occhi di tutti, e nessuno se ne cura. C’è altro da fare. Sì, vuole aiutare la gente del quartiere ma nessuno si muove. E il ritornello è sempre lo stesso: mancano i soldi…anche se non è propriamente o esclusivamente una questione di soldi. Allora, cosa fare prima?
Una popolazione stanca di non vedere in giro una divisa che porti ordine in quel caos quotidiano, dicevo e ci ritorno.
Con le macchine che parcheggiano sui marciapiedi, che vanno contro mano, che si fermano nel bel mezzo della strada, come un tempo si faceva coi cavalli.
Con i venditori ambulanti che occupano tutti gli spazi possibili.
Con ragazzi che si accapigliano per un nonnulla, su moto e senza casco che scorazzano sui marciapiedi e coi pedoni costretti ad arrischiarsi nel traffico ugualmente intenso della strada.
Dopo la guerra c’era già quel senso di appartenenza ad un partito politico, si voleva partecipare alla costruzione di un sistema democratico dove tutti avevano il diritto di dire la propria e di scegliersi il partito che voleva. C’erano mille modi per farlo, ma non erano escluse le complicazioni. Se qualcuno veniva scoperto a portare in giro materiale di propaganda (ricordo i manifestini e il giornale l’Unità) del partito comunista veniva considerato un sovversivo nonostante il partito sedesse in parlamento. La stessa cosa succedeva ai simpatizzanti del msi. Addirittura, quando veniva qualche autorità in città, la polizia faceva rastrellamenti notturni e portava in commissariato i soliti nomi, cioè quelli che si ritenevano collegati all’ormai scomparso fascismo e gli altri al nascente comunismo. Li chiamavano “attivisti” , li trattenevano per il tempo della visita e poi li rilasciavano. Mai nessuno era stato maltrattato, solo trattenuto. Insomma: tutti godevano del rispetto altrui, godendo di pari dignità…
Per finire: la gente è stanca di doversi sentire cittadini di serie b, forse anche di serie zeta, perché là, in quel quartiere la speranza è una parola che non significa nulla ed è una certezza solo per il cimitero.
Andarci per crederlo.


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