Citogenetica
I suini casertani diventano sentinelle per monitorare l’ambiente
Dai cromosomi studio della facoltà di Medicina Veterinaria per la sicurezza alimentare.
Suini casertani, con l’aiuto della citogenetica, impiegati come sentinelle per il monitoraggio dell’ambiente. Le ricerche avvengono presso il Dipartimento di Scienze Zootecniche e Ispezione degli Alimenti, della Facoltà di Medicina Veterinaria della Federico II di Napoli. Vittorio Barbieri, ordinario di genetica e Vincenzo Peretti, ricercatore di genetica, spiegano, come monitorando i cromosomi dei suini autoctoni del tipo genetico casertano, allevati allo stato semi brado, quindi, a stretto contatto con l’ambiente, in caso di mutazioni genetiche indotte da agenti inquinanti, sono un campanello d’allarme che allerta del probabile inquinamento ambientale e evita così l’immissione di soggetti geneticamente mutati nella catena alimentare umana.
Gli animali allevati a scopo zootecnico rappresentano un punto fondamentale della catena alimentare, monitorare gli animali, significa monitorare l’ambiente dove essi vengono allevati ed alimentati. Il suino Tga (tipo genetico autoctono) Casertana, allevato allo stato semibrado ed in taluni casi brado, cibandosi e venendo a contatto diretto con il terreno, ben si presta ad essere impiegato quale bioindicatore ambientale ossia quale punto critico da controllare per il monitoraggio dell’ambiente.
“Infatti – spiega Peretti se gli alimenti vengono contaminati da sostanze chimiche (sia naturali che di sintesi) oppure da micotossine(sostanze tossiche prodotte da muffe), in concentrazioni di pericolo, l’animale alimentandosi ingerisce anche grosse quantità di contaminanti che arrivando tramite catena alimentare, all’uomo, potrebbero porre le basi per l’insorgenza di gravi alterazioni patologiche”.
La presenza di danni a livello cromosomico (e quindi sul DNA) porta instabilità genetica che può sfociare in mutazioni: tanto più alta è tale instabilità, tanto più alto è il rischio di mutazioni.
La citogenetica, in aiuto dell’ambiente, branca della genetica che si occupa dei fenomeni ereditari osservati a livello cellulare, in particolare dei cromosomi, organuli del nucleo cellulare portatori dei geni, cioè dei caratteri ereditari, è storicamente una scienza ibrida nata dalla fusione della Citologia, disciplina della biologia che studia la cellula dal punto di vista morfologico, chimico e funzionale, con la Genetica, lo studio dei caratteri ereditari e della loro modalità di trasmissione dai genitori ai figli.
Tra i test citogenetici utilizzati per studiare il grado di stabilità del genoma (Dna) animale spiegano gli studiosi -“quello maggiormente impiegato per la sua relativa semplicità di esecuzione e attendibilità dei dati è il test dello “scambio intercromatidico” (anglofono Sister Chromatid Exchange = Sce). Il test ha inizio durante la fase di replicazione del Dna, gli Sces consistono in rotture e scambi di segmenti cromatidici (e quindi di Dna) tra i cromatidi dello stesso cromosoma, presenti in un numero medio ridotto nelle singole specie Quanto più sono numerosi questi scambi tanto più il genoma è instabile e quindi potenzialmente esposto a mutazioni genetiche”. Lo scopo del lavoro condotto dal gruppo di ricerca è stato quello di individuare il numero medio di Sce normalmente presente nella popolazione suina Casertana, allevata allo stato semi-brado, al fine di valutare la possibilità di impiegare tali animali come bioindicatori ambientali. Sono stati esaminati nel corso del 2005, un numero rappresentativo di soggetti (maschi e femmine) di età compresa tra i cinque mesi ed i tre anni, appartenenti alla razza suina autoctona Casertana, allevati allo stato semibrado in alcune aziende ubicate nelle province di Benevento, Caserta e Napoli.
Su 1.500 cellule e 57.000 cromosomi studiati nella razza suina Casertana, i valori medi di SCE e la deviazione standard sono stati di 6.32 ± 2.92
Questi risultati sono da considerarsi il punto di partenza per l’impiego dei suini autoctoni come bioindicatori ambientali. In realtà affinché i dati ottenuti possano avere significatività e fornire un indizio utile sull’eventuale contaminazione dell’ambiente, è indispensabile proseguire il monitoraggio nel tempo, verificando come e se tali valori si modificano. A tale scopo si è deciso di partire applicando il test degli Sce anche su soggetti di giovane età in modo da avere un valore di riferimento di normalità. Infatti l’età è tra i fattori che influenzano il numero degli scambi, probabilmente per una maggiore esposizione a sostanze potenzialmente mutagene. La ricerca in matrici ambientali (aria, acqua, suolo, sedimenti) di sostanze mutagene, attraverso l’utilizzo di test di mutagenesi, e l’analisi del rischio derivante dall’esposizione a tali sostanze per tutto l’ecosistema, risultano fondamentali per la prevenzione delle gravi conseguenze che queste potrebbero apportare all’ambiente, agli animali e all’uomo. Queste attività rientrano nell’ambito della disciplina definita Mutagenesi Ambientale che, mediante l’utilizzo di bioindicatori, verifica la presenza di danni al Dna e di mutazioni indotte da sostanze presenti nell’ambiente, singolarmente o in miscele. Le fasi successive della ricerca, prevedono sicuramente di ampliare il campione e di monitorare i soggetti nel corso della loro vita produttiva. “Sarebbe auspicabile – spiega Peretti nel monitoraggio ambientale identificare per ciascuna zona un gruppo di animali, appartenenti anche a specie differenti, quali il bovino, la capra, o la pecora da impiegare come sentinelle, sui quali periodicamente effettuare dei test citogenetici per lo studio della stabilità del genoma”. Le razze autoctone a rischio di estinzione, quali il bovino agerolese o la capra cilentana, caratterizzate da un sistema di allevamento strettamente correlato ed integrato con l’ambiente, e l’unicità di questi antichi tipi genetici, frutto della selezione di secoli, che ha fissato in questi animali,caratteri di rusticità e resistenza particolari, potrebbero svolgere un ruolo importante per la sicurezza alimentare ed ambientale con un motivo in più per essere allevate e salvaguardate.
Nando Cirella

DIOSSINA: CNR E MEDICINA VETERINARIA NE STUDIANO GLI EFFETTI

Sono in corso, da alcuni anni, nel territorio della provincia di Napoli analisi citogenetiche condotte da Leopoldo Iannuzzi, dirigente di Ricerca del CNR-ISPAAM di Napoli, Laboratorio di Citogenetica Animale e Mappaggio Genetico in collaborazione con il gruppo di genetica della Facoltà di Medicina Veterinaria su greggi di pecore posti sotto sequestro per dosi di diossina superiori a quelli consentiti dalla legge. Le diossine sono estremamente tossiche e sono responsabili di fenomeni teratogeni, essendo liposolubili, tendono ad accumularsi nel grasso degli animali e dei pesci ed, in particolare, nel latte. Le diossine naturalmente non sono presenti nell’ambiente, ma sono prodotte durante vari processi tra cui la combustione di legno in presenza di cloro, di prodotti con benzeni clorati, inceneritori pubblici ecc. I risultati inducono a considerare la diossina come un problema serio, da prevenire, con un costante e maggior monitoraggio ambientale.


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