Maurizio Fraissinet,(nella foto), vicepresidente Asoim: La crisi delle aree naturali protette italiane.
In questi ultimi cinque anni l’approccio politico e culturale al tema della conservazione della natura e delle aree naturali protette è stato profondamente errato nella sua impostazione, e lo stato in cui versano i parchi e le riserve naturali italiane è davvero disastroso e necessita, da parte di chi ha a cuore la conservazione dello straordinario patrimonio naturalistico del paese, una riflessione profonda, seria e finalizzata a una ripresa culturale, politica e amministrativa del settore.
In questi anni ci si è mossi ispirandosi a due principi: il primo è stato quello per cui la conservazione della natura non deve rappresentare un ostacolo allo “sviluppo” del paese, il secondo è che la conservazione della natura deve essere esclusivamente funzionale allo sviluppo economico. Un approccio che è stato definito “antropocentrico” in occasione della seconda conferenza nazionale sulle aree naturali protette, conferenza che, a mio giudizio, verrà ricordata per lo scontro aspro e polemico tra Governo e Associazioni per la conservazione della natura, e per i fischi che dovette incassare il Ministro dell’Ambiente dinanzi ad alcune sue improvvide affermazioni.
Un approccio, come si intuisce facilmente, del tutto disinteressato alle problematiche della conservazione della natura e che, pertanto, ha comportato un declassamento del settore “aree naturali protette” nel nostro paese. Esse sono diventate il luogo dove collocare personaggi vicini al “potere” e che necessitavano di allocazioni politiche dotate di una certa visibilità. Riporto solo pochissimi dati per rendere meglio la situazione venutasi a creare. Dei 23 parchi nazionali italiani 8 non hanno Presidente, 6 sono commissariati, 6 non hanno Consiglio Direttivo, 2 non sono ancora attivati e quasi tutti sono privi di un Direttore con un normale inquadramento contrattuale. A questo si aggiunga che nel corso degli ultimi cinque anni è stato ridotto di 13 milioni di euro il finanziamento ai parchi nazionali.
Va anche detto che nel corso di questi anni, anche a seguito della nomina ai vertici degli Enti parco di persone del tutto estranee alla conservazione della natura, il poco che si è fatto è stato quasi esclusivamente incentrato sulla promozione dei prodotti tipici locali. Fatto questo di per sé non deplorevole, ma assolutamente negativo allorquando la promozione dei prodotti locali diviene l’unico fine dell’area protetta. Ciò, non solo non è in linea con lo spirito istituivo dei parchi e delle riserve, ma rischia di penalizzare le stesse produzioni locali che risentono del degrado dell’area protetta e del suo mancato ruolo: la conservazione della natura. L’attività primaria dei Parchi è questa e da essa può derivare, quale indotto, il rilancio dell’economia locale.
Perché ciò avvenga è necessario però dotare le aree protette di amministratori competenti che sappiano cosa significhi conservazione della natura e del territorio, persone che sappiano cosa sia un ecosistema, che cosa significhi gestione del territorio e gestione della fauna, che cosa significhi fruizione corretta di un’area naturale protetta; e che sappiano, ovviamente, cosa significhi amministrare un ente pubblico e un territorio abitato quali sono comunque i parchi italiani, sapendo conciliare, per fare un esempio, le esigenze del pascolo con quelle della conservazione.
E’ vero che presiedere un parco o una riserva naturale significa necessariamente assumere un ruolo politico, ma è pur vero che anche un sindaco quando viene eletto deve saper dimostrare di avere le idee chiare e un programma di cose da realizzare compatibile con le finalità dell’amministrazione comunale.
Ebbene le nomine operate nel corso degli ultimi anni in questo campo sono state assolutamente improvvide con personaggi prelevati dalle segreterie di sezione, dalle federazioni di partito, o dalle cronache mondane dei giornali.
Conseguenza di ciò è stato che costoro non sapendo cosa sia una specie a strategia “k” o a strategia “r”, non sapendo cosa sia un ecosistema, o non conoscendo le Direttive comunitarie “Habitat” e “Uccelli”, non hanno minimamente pensato a operare nel campo della conservazione della natura, ma si sono limitate a tentare promozioni di prodotti eno-gastronomici (per le quali ci sono già uffici regionali e provinciali preposti), non comprendendo che tali prodotti potevano risultare competitivi sul mercato solo se contornati da una reale e seria politica di conservazione della natura e del territorio.
Questo orribile andazzo, si badi bene, non è stato appannaggio solo del centro-destra e del governo nazionale. Le regioni, compreso quelle del centro – sinistra, in molti casi hanno agito allo stesso modo. Clamorosi sono alcuni casi di parchi laziali e campani i cui presidenti (esperti di tutt’altra materia che non la fauna, la flora e l’ecologia) non hanno mai, durante il loro mandato, visitato il territorio della loro area protetta. Si ricorda un parco laziale il cui presidente non seppe dire, in pubblico, nemmeno quali fossero le produzioni tipiche del suo territorio e, tanto meno, le emergenze naturalistiche. Era semplicemente in attesa di una “nomina ben più importante”. Altrettanto clamoroso il caso di un parco campano il cui presidente ha speso soldi per acquistare un’auto blu (non un fuoristrada) e non ha, invece, rinnovato la convenzione (peraltro a costo zero per il Parco) con le guardie provinciali per la sorveglianza. Risultato: il parco è in balìa di costruttori, bracconieri, moto da cross che scorazzano ovunque e il presidente non ha mai visitato un sentiero dell’area protetta. Inutile dire che oggi il turismo e la promozione dei prodotti tipici in quel territorio sono ritornati all’anno zero.
Risultato di tutto ciò è che oggi le aree naturali protette italiane versano in uno stato di profonda crisi, e, spesso, di assoluto degrado. Si respira in esse un’aria di sfiducia, di indifferenza ai principi giuridici per cui sono state istituite, principi peraltro sottoscritti anche in ambito internazionale dal nostro paese.
Avendo amministratori incapaci i parchi e le riserve in questi anni non hanno avuto stimoli, non hanno avuto idee, non hanno avuto soldi, e coloro che vi avevano creduto investendo e creando impresa nelle aree protette – agriturismi, cooperative di guide, cooperative di servizi, imprese di incoming, affittacamere, attività artigianali connesse alla segnaletica, alla gestione dei sentieri, ecc. – sono stati abbandonati e lamentano la crisi del settore.
Si è creata una situazione che è esattamente l’opposto di quello che doveva essere lo sviluppo economico delle aree e che tanto avevano sbandierato, e continuano a sbandierare, assessori, amministratori, dirigenti e quanti altri parlano, spesso senza alcuna cognizione di causa, di conservazione della natura.
E’ giunto il momento, allora, di rilanciare il tema, di reagire e di riportare attenzione e interesse sui temi della conservazione della natura del nostro paese e sulla politica per la aree naturali protette.
C’è bisogno di rilanciare il dibattito, di costruire un ampio movimento di opinione, di recuperare la cultura naturalistica e le competenze specialistiche nel campo della conservazione e della gestione del territorio. Competenze che in Italia non mancano ma che in questi anni sono state fatte da parte per fare posto a ex sindaci, ex assessori, dirigenti di partito e quanti altri avessero in tasca tessere politiche, ma nessuna conoscenza di cosa significhi gestire natura, animali, piante, ecosistemi, flussi turistici, promozione corretta di produzioni locali, e quanto altro comporti gestire un parco o una riserva.
Un’attività, si badi bene, difficile e complessa, e proprio per questo da destinare a persone appassionate e competenti. Si potrebbe obiettare che il presidente del Parco ha un ruolo politico, ma che tocca al Direttore gestire gli aspetti tecnici. E’ giusto, ma tocca al Presidente e al Consiglio Direttivo tracciare le linee politiche della gestione; e cosa tracceranno persone che non conoscono i meccanismi ecologici di funzionamento di un ecosistema? Per verificarlo è sufficiente andare a leggere i bilanci degli Enti parco e vedere quanto delle loro risorse viene destinato alla conservazione della natura, principale fine giuridico della loro istituzione ed esistenza.
Sarebbe opportuno in questo momento organizzare un ampio dibattito nazionale che rilanci il tema, che recuperi il mondo degli specialisti, che ridia fiducia a chi opera nel settore, che rilanci il ruolo della conservazione della natura, ma anche quello dell’associazionismo.
Viene di pensare allo storico appuntamento dell’ottobre 1980 a Camerino, del convegno che lanciò una sfida per proteggere il 10% del territorio nazionale. Un convegno che è rimato nella storia della conservazione della natura e del movimento ambientalista del nostro paese e che ha tracciato il percorso politico e culturale che ha portato alla legge n.394 del 1991 e al superamento, in soli venti anni, dell’obiettivo che si era dato.
Occorre ora lavorare ad un nuovo grande appuntamento nazionale in cui fare il punto della situazione delle aree naturali protette nel nostro paese e rilanciare un altro obiettivo: innalzare il livello culturale naturalistico degli italiani e restituire i parchi alla loro funzione e, con essa, a quegli uomini che sanno amare, e quindi tutelare e gestire, un territorio.
Un grande appuntamento nazionale che lanci le linee guida per una corretta gestione di un’area naturale protetta, che rilanci le priorità nazionali della conservazione della natura e ne tracci le linee politiche da seguire nel corso dei prossimi anni.
Un appuntamento che nasca al di fuori delle istituzioni, che nasca nell’associazionismo, nel mondo accademico, nel vasto e variegato mondo dei naturalisti italiani.
Maurizio Fraissinet [mfraissinet@tiscali.it]
Già Presidente del Parco nazionale del Vesuvio, Vicepresidente di Federparchi, Commissario del Parco regionale del Matese, componente dello staff di Bassolino per le aree naturali protette.
Attualmente docente di Pratica di legislazione dei Parchi presso l’Università Federico II di Napoli

IN CAMPANIA, A CELLOLE(Caserta) accade però….
Cellole(Ce). Uno scempio ambientale in piena regola. A Baia Murena, una località del litorale domizio, le ruspe hanno ancora una volta violentato un territorio dove l’abusivismo la fa da padrone da decenni. L’attacco alla natura dei luoghi si è consumato soprattutto durante l’inverno quando la zona si spopola dei vacanzieri. Ci ha pensato senza troppi scrupoli Giuseppe De Mauro, il titolare dello stabilimento balneare “La Vela”, trasformando una buona fetta dell’arenile in un parcheggio privato. Nel giro di pochi mesi la spiaggia, che si estende davanti ad una schiera di villette, ha cambiato fisionomia. Sparite le margherite spuntate col tempo qua e là tra la sabbia, cancellate le dune che rendevano suggestiva la distesa, è venuta fuori una spianata dal forte impatto urbanistico. Un oltraggio alla natura che costringe i residenti del posto ad avvertire la Capitaneria di Porto di Mondragone. Scatta il primo di una serie di verbali. Che non bastano a bloccare i lavori. Le opere già sono in uno stadio avanzato quando un mese fa gli agenti della polizia municipale di Cellole appongono i sigilli al cantiere. Le ruspe si fermano, ma la strada verso il ripristino dello stato dei luoghi appare ancora lontana. Basti pensare che per accedere al mare un bagnante deve effettuare un vero e proprio slalom per superare terrapieni, barriere di legno ricoperte da teli scuri, tutti installati illegalmente.
Il 6 giugno scorso il proprietario di una villetta, che sorge a due passi dal cantiere abusivo, presenta un esposto alla Procura di Santa Maria Capua Vetere in merito alla vicenda, chiedendo l’immediata rimozione degli ostacoli che impediscono di raggiungere la battigia. La storia delle polemiche legate ad uno dei lidi più affollati di Baia Domizia Sud comincia quando il gestore decide di abbattere la vecchia baracca di legno per costruire una struttura in muratura, anch’essa abusiva, mascherata da pannelli di legno.
Dietro questo casotto prende un pezzo di spiaggia e lo adibisce a parcheggio. Appena, però, De Mauro decide di ampliare l’area destinata alla sosta delle auto dei bagnanti, rosicchiando al demanio una vistosa striscia di spiaggia, scoppia il putiferio. «Il gestore ha sempre affermato di avere il permesso ma crediamo sia impossibile far costruire un parcheggio, eliminando le dune, e per di più a pochi metri da abitazioni private», tuonano i residenti. Ora il timore della gente di Baia Murena si fonda anche su quella che circola come una voce ufficiosa: il gestore de “La Vela” vorrebbe mettere su un ristorante nella stessa area del parcheggio. Che, intanto, funziona a pieno regime. Da oltre tre settimane le macchine degli utenti del lido vi trovano posto in barba al dispositivo di sequestro, tra l’indifferenza delle istituzioni. Inoltre, laddove prima c’era la sabbia ora si può calpestare una piazzola fatta di conglomerato. Materiale drenante che sta finendo per inquinare l’intero sito balneare. Insomma, i primi giorni della stagione estiva a Baia Murena sembrano trascorrere tra un continuum di illegalità. La legge Galasso, recepita nel Testo Unico sull’Ambiente sottopone a vincolo paesaggistico i territori compresi a 300 metri dalla battigia. E le dune ormai erose costituiscono un danno enorme al patrimonio ambientale di una zona dove tra abusivismo e inquinamento delle coste il grido d’allarme per la tutela della natura sembra essere passato inascoltato.
(dal quotidiano “Roma”)


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