Non mi aspettavo che la partecipazione all’evento a cui ho assistito lo scorso 8 febbraio presso la Mostra di Oltremare di Napoli fosse così massiccia. Ma soprattutto non mi aspettavo che l’organizzazione fosse improntata, finalmente, dopo ultime, recenti (vedi Solopaca o Taurasi), esperienze non proprio positive, ad una professionalità finalmente di rilievo, che non mettesse in mostra ingenuità o, peggio, pressappochismo e incompetenza. Un unico appunto si potrebbe muovere al locale in cui si è tenuto l’evento, davvero troppo spoglio e spartano, quasi da infermeria di ospedale, ma messo nel conto si può tranquillamente sorvolare. Questa Anteprima di Vitigno Italia, la cui kermesse ufficiale si svolgerà proprio alla Mostra d’Oltremare di Napoli il 3-4-5 giugno 2005, è stata l’ occasione per “preparare il terreno” al problema, che in questi anni si è fatto sempre più pressante, della presenza dei vini Non mi aspettavo che la partecipazione all’evento a cui ho assistito lo scorso 8 febbraio presso la Mostra di Oltremare di Napoli fosse così massiccia. Ma soprattutto non mi aspettavo che l’organizzazione fosse improntata, finalmente, dopo ultime, recenti (vedi Solopaca o Taurasi), esperienze non proprio positive, ad una professionalità finalmente di rilievo, che non mettesse in mostra ingenuità o, peggio, pressappochismo e incompetenza.
Un unico appunto si potrebbe muovere al locale in cui si è tenuto l’evento, davvero troppo spoglio e spartano, quasi da infermeria di ospedale, ma messo nel conto si può tranquillamente sorvolare. Questa Anteprima di Vitigno Italia, la cui kermesse ufficiale si svolgerà proprio alla Mostra d’Oltremare di Napoli il 3-4-5 giugno 2005, è stata l’ occasione per “preparare il terreno” al problema, che in questi anni si è fatto sempre più pressante, della presenza dei vini italiani sul mercato internazionale, in primo luogo, e da qualche tempo, anche su quello nazionale.
Il forte campanello di allarme, oggi rientrato, avvenuto in tempi recenti, del calo delle esportazioni negli Stati Uniti, ha evidenziato quanto, tra i molteplici fattori, in cui soprattutto l’incidenza del prezzo del vino gioca un ruolo critico, abbia influito anche il fatto che il prodotto italiano, per avere una vera marcia in più rispetto agli altri paesi a fronte di buyers sempre più attenti, debba puntare più decisamente che mai sul proprio sterminato patrimonio ampelografico tenendo sempre presente, è scontato sottolinearlo, l’obiettivo della qualità. E occorre dire che le premesse per fare bene ci sono state tutte, e mi auguro che la manifestazione di giugno abbia la risonanza nazionale che merita. C’erano quasi tutti, voglio dirlo chiaro e tondo, non solo dalla Campania, (tra gli altri non ho visto, e mi dispiace, l’azienda “Dedicato a Marianna”, con il suo ottimo Sciascinoso in purezza), ma da tutta l’Italia e questo non ha fatto che aumentare il mio piacere nel vedere ospitati degnamente aziende provenienti dall’Alto Adige al Piemonte fino alla Sicilia. I vini da vitigno autoctono erano di provenienza la più disparata, e ciò che colpiva di più era l’effettiva differenza che si coglieva da un vino all’ altro, soprattutto nei bianchi, che spesso sono invece considerati vini tutti uguali. E quest’ultimo aspetto si è colto al tavolo in cui erano presenti, insieme, il Cinque Terre dell’azienda Buranco, solido, compatto, 14° dichiarati, e tuttavia dotato di quella spalla acida che gli consentiva di scivolare veloce al palato, l’alcol non si avvertiva proprio, il sorprendente e, per me almeno, nuovissimo vitigno Kerner della linea Praepositus dell’Abbazia di Novacella in quel di Bressanone, un vino che al primo impatto al naso sembrava un Sauvignon e che invece di quest’ultimo non presentava traccia, ma offriva una freschezza e un ventaglio di profumi di fiori di campo mai avvertito prima, davvero una scoperta interessantissima. Ancora, e dall’altra parte dello spettro dei sapori, una Malvasia dei Colli Piacentini della Torre Fornello, suadente e raffinata, dolce senza essere ruffiana, ottima sui formaggi a media stagionatura, ma che io mi sentirei di gustare anche da sola (o “assoluta” come si dice a Napoli), un ottima esponente di una doc che, almeno da noi non è molto conosciuta, ma che se presenta prodotti di questo genere meriterebbe maggiore attenzione. Tengo a precisare che, pur avendo fatto il Cinque Terre e la Malvasia il passaggio in legno, quest’ultimo non aveva lasciato che una flebile traccia, che non intaccava minimamente la genuinità e il frutto espresso dal vino. Sul versante dei rossi, vorrei ricordare tre vini del sud, innanzitutto il Guado San Leo, un’uva di Troia in purezza dell’azienda “D’Alfonso Del Sordo” , una creazione di Luigi Moio in cui il passaggio in barrique era davvero impercettibile e si avvertiva tutta l’eleganza e la nettezza di sapori di un ’ottima uva rossa che va a ben diritto ad aggiungersi alle altre ottime che la Puglia può vantare; in secondo luogo, il piedirosso in purezza “Kerres” dell’azienda campana I Pentri, che all’assaggio già mi faceva pregustare il ragù che vi avrei visto abbinato, e infine il Nerello mascalese etneo dell’ Azienda Trinità di Mascalucia (Ct), altro straordinario esempio di come non sia affatto necessario, in Sicilia, affidarsi al Merlot o al Cabernet Sauvignon per realizzare un grande vino come questo, in cui la densità di gusto del suolo vulcanico si avverte dal primo attacco al palato, ma basta adoperare ciò che la natura ti ha messo letteralmente a portata di mano. Chiedo scusa se non approfondisco l’analisi degustativa del vino, ma fermo restante la buonissima impressione che ne ho ricevuto, ciò che più mi preme sottolineare è l’iniziativa in se stessa, quella che tende a valorizzare i vitigni autoctoni, e che va quindi in controtendenza a certe mode o esigenze, o supposte tali, che per inseguire, secondo me ciecamente, il mercato, si affidano ai vitigni internazionali affinati puntualmente in barrique. Sarebbe certo fin troppo ingenuo non pensare che anche un’ iniziativa come Vitigno Italia non tenga comunque d’occhio le dinamiche commerciali, ma è questa una delle strade da imboccare sia per individuare un segmento di mercato integro, tutto da scoprire e, questo sì, da sperimentare, magari giungendo perfino ad equilibri economici che consentano finalmente la vendita di vini a prezzi equi, e a cui nessun altro Paese può affacciarsi, a meno che non ricorra ai soliti più o meno ridicoli “plagi” di cui si sente parlare ogni tanto (vedi l’ultima trovata canadese di vendere in bustina il “kit” per Baroli, Brunello, Chianti ecc. “fai-da-te”…), sia per non impoverire quando non addirittura a disperdere del tutto il proprio, irrecuperabile, patrimonio ampelografico. Scialacquare la ricchezza fa gridare sempre vendetta, e disperdere quelle che permettono di godere di vini, e quindi del lavoro, come il Guado San Leo o il Praepositus, per tornare agli esempi di cui sopra, bollerebbe credo per sempre prima l’ enologia e quindi l’agricoltura italiana tutta.
Massimo Siciliano msiciliano@inwind.it


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