Marina Capparelli, costa la regola delle tre elle: latte, letto, lana, per vivere a lungo.
Che il tasso di nascite in Italia sia basso è vero, che l’incitazione alla promozione ed alla tutela dell’allattamento al seno per i pochi neonati che ci sono è giusta, ma che dire quando ci troviamo di fronte ad una mamma che non può allattare naturalmente il proprio bambino e non naviga nell’oro per potersi permettere del latte artificiale? Ma non è che si tratti di polvere di stelle piuttosto che latte in polvere, visto l’impennata del costo fin su al cielo? La spesa da affrontare per le famiglie italiane che fanno uso di latte artificiale ammonta a circa 150 euro al mese, senza contare il primato che il nostro paese può vantare quanto alla stima imposta dalle case farmaceutiche, doppia rispetto agli altri paesi europei. D’altronde, basterebbe un briciolo d’informazione in più per rendersi conto di quanto sia assurda la difformità di prezzo tra i diversi paesi, visto che tutti i tipi di sostituti del latte materno rispettano nella loro composizione le indicazioni dell’Oms. E se volete una giustificazione a questa discrepanza vi sarà risposto dalle imprese che lo stivale registra tra i più bassi livelli di consumo del prodotto. Ma dati del genere non possono essere certo una ragione valida per provocare precoci divezzi e, di conseguenza, l’eventuale insorgenza di patologie gastrointestinali ed allergiche, con le relative spese sanitarie per i derivanti ricoveri.
Superfluo riproporre le mille polemiche che hanno portato il Ministro della Salute Sirchia ad inviare, nell’aprile scorso, una lettera a tutte le industrie produttrici di latte “adattato”, invitandole ad un ribasso dei prezzi dell’alimento. Sarà vero che lo Stato nazionale non può fare granché per limitare il potere delle aziende private, ma la misera riduzione del 10% come risultato è davvero troppo da sopportare. E dire che l’Antitrust nel 2000 aveva provvisto ad escludere le strutture a grande distribuzione dalla vendita del latte in polvere, limitandola solo alle farmacie. “Solo” si fa per dire se bastano quelle a svuotare le tasche di molti neogenitori italiani. Ma il Ministero della Salute ha voluto fare anche di più. Dopo l’“accordo” stipulato con le case venditrici del prodotto “d’oro”, se di accordo si può parlare, l’organo politico ha promosso un’indagine conoscitiva per monitorare l’effettiva riduzione dei prezzi attraverso un gruppo di lavoro interdisciplinare, istituito nel giugno scorso, che si propone di registrare la situazione italiana riguardo all’allattamento, a promuovere quello naturale, così come fanno Regioni e Province autonome, e a verificare l’andamento dei prezzi dei sostituti del latte materno. E ancora: dopo un summit tra Ministero della Salute, Società Italiana di Pediatria e Federazione Italiana Medici Pediatri, il Nucleo Carabinieri dei Nas ha effettuato un nuovo accertamento dei costi dell’alimento in questione presso farmacie e supermercati di diverse città italiane. L’esito? Ancora una discordanza, anche all’interno della nostra stessa penisola.
Allora cosa fare? Intanto è stato vietato ogni tipo di pubblicità e di sponsorizzazione di alimenti per lattanti ed è stato istituito l’obbligo per le imprese del settore di rendere noto il listino prezzi dei prodotti sostituti del latte materno ai Ministeri della Salute. Giusto per far rendere conto alle oltre 200.000 famiglie italiane all’anno che nutrono i propri neonati con latte artificiale di quanto sia smisurata la spesa da affrontare per compensare un’impossibilità di nutrizione naturale. E, ovviamente, per scoraggiare quei pochissimi che hanno ancora il desiderio, oltre alle possibilità, di mettere al mondo un figlio. E poi dicono che ormai l’Italia è diventato il paese dei vecchi!


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