Anteprima Taurasi 2004, note sparse 03/12/2007
Grande qualità dei vini, ottima organizzazione, un po’ di confusione tra i produttori
La mia esperienza taurasina si è chiusa domenica sera con il seminario organizzato da Antonio Del Franco, responsabile regionale Ais, a cui hanno partecipato Enzo Ricciardi, mitica figura del vino campano, dirigente nazionale Ais e titolare con il figlio Marco dell’Enoteca La Botte a Casagiove, e Nicoletta Gargiulo, fresca vincitrice del titolo sommelier italiana dell’anno: segno, anche questo, della grande vivacità della Campania in questi anni.
La discussione, svolta nelle affascinanti sale del Castello, ha messo sul tappeto alcuni problemi che vale la pena di sviscerare sul futuro produttivo della docg perché al centro degli interventi c’era proprio il problema del posizionamento del Taurasi nelle carte dei vini dei ristoranti. L’occasione per trasferirvi le mie impressioni sulla tre giorni.
L’organizzazione.
Anno dopo anno la squadra si è collaudata e consolidata. Non è stato facile intervallare i tre livelli: specialistico con il coinvolgimento della stampa di settore ampiamente rappresentata, quello per gli operatori e agli appassionati e, infine, il coinvolgimento del paese. La divisione in due poli della manifestazione, cioé il Castello e il Convento, gli altri anni ancora in restauro, ha funzionato in pieno e non è stato possibile cogliere una sola critica. Ci sono, è vero, difficoltà logistiche nella ricettività, perché il territorio non è ancora pronto ad impattare un così altro numero di visitatori qualificati, ma la situazione sta migliorando ogni edizione. Tutto ha funzionato senza nessuna sbavatura grazie all’impegno, bisogna sottolinearlo, anche di alto contenuto volontario di tanti giovani sommelier oltre che degli stessi organizzatori. Voglio anche spendere due parole di elogio agli amministratori, il presidente della Comuntà Montana Nicola di Iorio e il sindaco Antonio Buono, due autentici innamorati del loro territorio che sanno mettersi in gioco in modo rischioso ed esaltante in questo avvenimento nazionale senza limitarsi a fare sagre e sagrette, a differenza della stragrande maggioranza dei loro colleghi che sperperano fondi europei in cose inimmaginabili, quando sanno intercettarli. Entrambi spendono energia e credibilità sul mercato nazionale mentre il loro, quello dei voti e del consenso, è locale: ma per fortuna hanno la vista lunga e quando, mi auguro il più tardi possibile perchè sono giovani, il loro ciclo sarà esaurito, lasceranno un paese completamente trasformato, rinnovato e conosciuto mentre sino a dieci anni fa Taurasi era solo una entità geografica, un prodotto senza riferimento territoriale, a differenza di Barolo e di Montalcino. Ottima dunque la presenza di stampa specializzata e di settore rappresentata ai massimi livelli, bisognerà lavorare su quella generalista e sul coinvolgimento dei ristoratori straordinariamente e incredibilmente assenti quando, se facessero seriamente il loro lavoro, dovrebbero pagare per essere presenti ad un avvenimento che coinvolge gran parte dei conti che presentano ai loro clienti. Manca anche un po’ del fru fru mondano che si trova invece a Montalcino e che non guasta mai per alleggerire un evento e farne parlare in ambienti diversi.
La ristorazione.
E’ stata l’edizione della simpatica Lina Martone che con il marito Giovanni gestisce il Megaron a Paternopoli. Sua la cena a Palazzo Rospigliosi a Roma, come pure quella ufficiale di venerdì oltre ad un pranzo per un educational tour di domenica. Una cucina semplice, senza fronzoli, che corona anni e anni di sacrifici e passione, conoscenza del territorio e delle materie prime, essenzialità dei modi. Un riferimento gastronomico per chi viene a Taurasi.
Il vino.
Entriamo adesso nel cuore della questio. Il Taurasi davvero ha fatto mediamente passi da gigante a partire dal 1998: ci sono, certo, incidenti in cantina, ma le puzze della prima edizione pioneristica sono ormai sono un lontano ricordo, ormai i migliori enologi campani e italiani sono impegnati sul territorio e il livello medio è davvero alto oltre che interessante. Non vedo neanche rischio di omologazione perché le interpretazioni sono diverse fra loro, come diversi gli areali e i terreni, certo, qualcuno cerca qualche scorciatoia verso la piacevolezza ma non credo potrà andare lontano perché lampone e fragole non rientrano nei descrittori di un rosso autero e complesso e il mercato finirà per punire quelli che pensano di interpretarlo in questo modo caricaturale. La 2004 è stata davvero una grande annata e alcuni campioni, cito il Vigna Andrea di Colli di Lapio, il Santa Vara de La Molara, il Taurasi de I Capitani e di Perillo, il Naturalis Historia di Mastroberardino, il Macchia dei Goti di Caggiano, il Vigna Cinque Querce di Molettieri, faranno molto parlare nei prossimi anni. Il Taurasi, lo ha ricordato Nicoletta, non è facile da proporre perché gli americani, e soprattutto i francesi, sono abituati alla morbidezza come valore esiziale nel bicchiere: la brava sommelier lo ha definito un vino monovalente, ossia abbinabile solo a certi piatti non precisamente in voga nell’alta ristorazione in questo momento. Questo significa che va imposto come tipologia a se stante, capace di per se di attrarre l’appassionato.
La produzione.
Il Taurasi si colloca infatti nella fascia alta dei vini italiani, la sua scelta in una carta è impegnativa per chi la fa e questo impone alcuni correttivi. I produttori devono cioé lavorare in estensione e in profondità. Non esistono grandi vini se non c’è la possibilità per gli appassionati di fare le differenze fra le zone e le annate. Finche il Taurasi non avrà cru e vendemmie da raccontare resterà sempre sull’uscio dela porta del club dei grandi vini italiani e mondiali.
a-Una visione orizzontale
E’ necessaria una immediata zonazione e mappatura dell’areale della docg. Penso che questa sia al momento l’esigenza più urgente nel settore della ricerca, il compito più importante che attende gli amministratori e le aziende perché è il terreno che fa la differenza e crea la caratterizzazione della bottiglia ad un certo standard del vino. Sinora si è proceduto a tentoni, sulla base dell’esperienza o di ricerche individuali affidate a qualche specialista, ma non esiste ancora una dimensione scientifica a cui attingere per decidere dove e cosa piantare.
b-Una visione verticale
Vi sembrerà incredibile, ma non esiste nelle aziende, tranne Mastroberardino, un archivio ragionato e organizzato commercialmente delle annate.
I produttori tendono a vendere tutto, giudicano un colpo di fortuna poter piazzare le ultime mille bottiglie su una pedana per gli Usa e non capiscono che così facendo stracciano l’album di famiglia, si negano la possibilità di esistere, essere raccontati e descritti. Questo perché l’humus culturale del territorio è ancora contadino, non commerciale. Questo da un lato offre ai curiosi aspetti naif e autentici, dall’altro però rischia di creare gravi danni all’immagine del prodotto e dunque all’economia dell’areale. Il Taurasi è un vino che si può conservare almeno dieci anni senza neanche pensarci: adesso si può iniziare a bere il 1998 o il 1999 per capirci.
Il commercio.
Dunque bisogna evitare di inseguire la domanda, fare i prezzi a seconda della qualità delle annate, mantenere un archivio e, soprattutto, evitare di obbedire ai ristoratori e ai commercianti poco colti che chiedono la gamma completa, Taurasi, Aglianico, Fiano, Greco e Falanghina. Sarebbe opportuno che ciascuno si concentri su quello che l’esperienza e le dimensioni dei suoi terreni possono offrire. Questo valorizzerebbe di molto il prodotto principe come pure quello di ricaduta. Fiano e Greco possono esistere seriamente nella offerta aziendale solo se presenti come sfizio, curiosità, o se prodotti con uve proprie. Discorso diverso, ovviamente, per le grandi realtà.
Conclusione.
Archiviamo dunque una edizione che segna un ulteriore passo in avanti del Taurasi, crescono ancora le aziende impegnate a vinificare, si rafforza la consapevolezza del territorio. Speriamo che alla maturità produttiva ormai definitivamente raggiunta faccia seguito una altrettanta matura e consapevole maturità commerciale. Come ha chiosato Ricciardi, fare un buon vino ormai è facile, venderlo è sempre difficile.
dal sito: www.lucianopignataro.it
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