ITALIAN FOOD: LA CUCINA ITALIANA A NEW YORK.
La collega Luciana Libero ha proposto l’apertura di una finestra per vedere come viene considerata la cucina italiana, l’Italian food, a New York, chi la gestisce e la impone e scopre che…
Una visione a 360 gradi dei nostri cucinieri all’estero ma anche altro che rende piacevole e sorprendente la lettura.
Ecco il suo primo pezzo.
“Italian food”.
Eataly sbarca a New York e il vecchio, consolidato mercato della cucina italiana negli Usa, sbanda. Tanto che il 15 novembre scorso il GRI, Gruppo ristoratori italiani, si è riunito alla Casa Italiana Zerilli Marimò per un “panel” sull’argomento.
Relatori, vari esperti di cucina, Michele Scicolone, Bob Lape autore di “The Restaurant Encyclopedia.” e Arthur Schwartz, considerato il guru
della cucina italiana, autore di The southern italian table.
Non è solo una questione di perdita di stellette, quelle tanto ambite
del New York Times che di colpo luccicano a favore del nuovo
megastore del piemontese Oscar Farinetti sulla Fifth Avenue, a
due passi dal Building Flatiron, il grattacielo chiamato affettuosamente
ferro da stiro.
L’insidia è ben più grave perché se Farinetti ha saputo coniugare arte della cucina e marketing con un investimento di 20 milioni di dollari, i ristoratori che da anni lavorano per fare apprezzare negli Usa l’autenticità, rischiano di essere confusi, al confronto, con
la finta autentica cucina italiana.
La verità e che Eataly, evento guardato con favore da tutta la stampa
internazionale (il Financial Times gli ha dedicato mezza pagina intitolata
“Manhattan maestros”) con grande attenzione alla spesa e ai 500
posti di lavoro creati nel megapalazzo, soprattutto dopo la crisi che ha colpito anche oltreoceano, ha cambiato la filosofia del tradizionale
ristoratore italiano.
Il megastore è in un edificio storico di 15 piani; al piano terra si trovano
vari ristoranti tematici, una birreria-vineria e in esso si incrociano
varie sinergie, dagli elettrodomesti Unieuro al caffè Lavazza, alla carne
di razza piemontese allevata nel Montana.
Sul tetto il ristorante del
famosissimo chef italo americano Mario Batali aperto fino alle due di notte;
una sorta di Harrods del cibo, un grande magazzino dell’eccellenza
con varie furbizie: società insieme a Lidia Bastianich, famosa chef della
televisione, che è tra l’altro la mamma di Batali: un network di ristoratori e chef stellati che hanno coinvolto anche giovani finanzieri newyorkesi.
Eataly si presenta quindi come la consacrazione dell’italian food
che in tempi di attenzione alla genuinità, all’”organic”, e al biologico, sta prendendo sempre più piede in tutto il mondo.
E la cosa più divertente è che l’italian food è sempre più sinonimo di cucina napoletana e meridionale e ha i suoi vecchi maestri proprio nel Gruppo dei Ristoratori, gente come
Gianfranco Sorrentino, che dal Quisisana a Capri ha aperto nel 2001 il Gattopardo di New York e ha come chef Vito Gnazzo che arriva, guarda caso da Amalfi, e dei tanti che compongono il GRI, in gran parte del sud che si vedono a malincuore soppiantati dal “piemontese” Farinetti.
Insomma, in pieno revival del risorgimento ancora una volta, a quanto pare, gli odiosi savoiardi hanno la meglio e “sbancano” il sudore e il sangue del sud.
Luciana Libero
da: Luclib
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