MELFI, CRONACA DI DUE GIORNI NELLA CAPITALE DEL VULTURE E DELL’AGLIANICO

di Gianpaolo Necco, giornalista dell’Arga della Campania “Francesco Landolfo”.

La mia prima volta in una delle zone più interne della Basilicata, Melfi, mi ha ricordato un viaggio fatto da ragazzo a Bovino. Allora fu una tormenta di neve che ci bloccò per due giorni in un vecchio santuario. Il freddo, la fame (perché nessuno aveva pensato a riserve), mi fecero riflettere sulla precarietà del vivere alla giornata, senza un minimo di programmazione per il viaggio che era appena iniziato e che doveva concludersi al Santuario di padre Pio. Tanti anni fa, almeno 60.

Il ricordo è affiorato inconsciamente mentre, uscito al casello autostradale di Candela, ho preso la direzione di Melfi. Ai lati della strada una distesa di verde, tanti campi punteggiati di papaveri, pochissime case sparse e sul lato destro, parallelo al mio viaggio, un trenino ad un vagone su binario unico, quello che porta a Rocchetta S.Antonio. Una scena buona per Wan Gogh che era solito guardare ai fiori nel suo peregrinare fuori dalla realtà. Mi sono sentito solo, quasi schiacciato dalla solitudine imperante in quei venti km che mi separavano dalla città. Mi sono chiesto se questa sensazione fosse dovuta al mio stato d’animo, avevo passato una notte insonne, anche se mi ritengo una persona allegra che vede le cose in positivo. Ma l’inquietudine è rimasta.

Finalmente la città. La sua sagoma appare all’improvviso chiara con due punti di riferimento che svettano dall’alto dei 500 metri e passa della collina: da una parte il castello federiciano, dall’altra il campanile della Cattedrale. Due strutture che nella simbologia democratica di oggi hanno un significato di eternità, perpetuato nei secoli nelle piazze di tutti i comuni italiani: da una parte il re, oggi il sindaco, dall’altra la chiesa, oggi il prete.

Una città in salita o, se volete, in discesa: non ho notato persone grasse. Camminare fa bene. La sua struttura urbanistica appare unica: dal Castello diventato museo archeologico, passando per la restaurata Cattedrale il cui campanile svetta su tutte le case visibile a km di distanza, quasi a proteggere il vecchio borgo melfitano; il Museo e le tante botteghe, Melfi scende a valle percorrendo un tragitto disseminato da antiche e bellissime dimore che i melfitani hanno saputo conservare ai giorni d’oggi senza intaccare la loro originaria bellezza architettonica.

L’albergo, un ostello ospitato in un poderoso convento, munito di chiostro e chiesa, (il tutto in restauro), è posto sulla sommità del monte, vicinissimo alla cattedrale, più distante dal castello ma tutti e tre in una posizione dominante. Là dentro, oltre alle stanze grandi e ariose, ci sono sale dove si fanno corsi per imparare ad usare il computer, corsi di informatizzazione e servizi informatici. Internet non conosce ostacoli. L’Adsl funzionerà sempre o a scartamento ridotto come in molte altre zone collinari e montuose italiane?

Aria fresca e nessuno per strada. Nella grande piazza dell’episcopio però, c’è gente sulle panche. Un pallido sole illumina i loro volti: anziani, tutti uomini, che chiacchierano tra loro; il gorgoglio di una fontanella impedisce di capire cosa si dicano, però, se non ci fosse l’acqua bisognerebbe conoscere il loro dialetto.

La passeggiata in discesa è piacevole, le botteghe con donne intente a sistemare la merce; le case basse, moltissime a due piani, i balconi fioriti, i portali antichi fanno da sfondo all’asfalto percorso da poche ma veloci automobili; molte altre sono ferme negli stalli approntati dal Comune ma opprimono la vista. A guardarle bene, vien da chiedersi se quel soffocamento è voluto come pegno alla modernità o risponde all’esigenza di evitare l’effetto salita-discesa che è tipico di Melfi come di ogni altro comune di collina o montagna che dir si voglia. Anche a Napoli è così ma la metropoli ha reso il tutto più agevole. Oltre alle macchine, ci sono bus, tram, metrò, funicolari, scale mobili…qui un bus cittadino, ma sulla strada arranca come le persone a piedi. E poi un reticolo di viuzze, vicoletti, chiese, scale e lastricati di un tempo che fu. E un profumo di gelsomini e rose che accompagna nel tragitto passando da un giardino a un’aiuola, a un balcone fiorito.

A sera una cena alla Grotta Azzurra (nessun riferimento a Capri) di Girolamo Carbone, con tanti commensali che Luciano Pignataro conosce uno per uno. Slow Food ha in lui un ottimo conferenziere e intrattenitore e l’Arga se ne vanta. Tra gli ospiti una persona che mi piace conoscere finalmente, dopo quasi un anno che la leggo sui report che fa sul nostro sito.
E’ Iranna De Meo, il cui nome è l’acronimo di Ignazia, Rocchina, Angela, Nicastra, Nadia, Anastasia. Giornalista dell’Informatore Agrario di Potenza, (iranna77@gmail.com), ha in sé il fascino della donna lucana, la determinazione e l’intelligenza tutta particolare delle donne: osserva, ascolta, parla poco ma guarda negli occhi l’interlocutore e solo lei saprà se le parole che ascolta sono verità. Mia nonna, lucana, era così.

Il direttore Antonio Di Pietro ci accoglie sistemandoci ai tavoli in una cavea gradevole, mi dice che nel suo locale si servono solo vini lucani; mentre lo chef Luigi Pacella ha preparato pietanze particolari fatte con baccalà, carne, legumi, pasta e non so più che altro dal momento che ho divorato tutto per fame ma la cucina mi è piaciuta. I commensali sono tanti e si chiacchiera tutti in un vociare che permette di cogliere solo poche parole. Una pioggerella ci accompagna fino all’albergo e il campanile lontano di una chiesa annuncia lo scoccare della mezzanotte. Si dorme.

In una giornata di sole caldo c’è la visita programmata alla cattedrale e al castello. Con altri colleghi ed ospiti entriamo in cattedrale. Ci fa da guida Michelangelo Levita, dottore in conservazione dei Beni Culturali e Guida turistica autorizzata. (3397101687 e mail michelangelolevita@libero.it).
E’ un giovane che ama il suo lavoro, lo conosce profondamente, ed il suo illustrare con termini appropriati le vicissitudini della città a cui sono collegate strettamente sia la storia del Castello federiciano, sia quella della cattedrale, ci rende incuriositi, silenziosi e attenti. E c’è una cosa che val la pena di riportare perché, almeno per me, è unica. Con le spalle all’altare maggiore guardando in alto, proprio sopra l’ingresso c’è una grande tela di autore ignoto che riproduce la scena dell’ultima cena. Ebbene, vicino a Gesù, alla sua destra, il pittore ha posizionato una donna, giovane, coi capelli lunghi e biondi. La Madonna, la Maddalena o… avevo letto qualcosa in proposito su qualche libro ma cercandolo nella Bibbia paolina non ho trovato riscontri. Però a Gerusalemme, la grande città santa, dove ho soggiornato parecchio, nella chiesa ortodossa russa sul Monte degli Ulivi il tema è ripreso in un disegno di tanto tempo fa.

Michelangelo ci porta al Castello Federiciano, “uno dei tanti (120 – 220?) – dice – che possedeva il nobiluomo normanno a partire dalla metà dell’XI secolo. Fu da qui che partì la prima crociata per la Terra santa”. Melfi città antichissima, dunque, e le sale del museo testimoniano la sua storia che parte dai Dauni, passando per i Sanniti e infine dai Lucani. E, chissà in che percentuale di tempo, da greci, etruschi, romani e barbari vari. A testimoniarlo tante armi, corazze, vasi, ceramiche di varia grandezza, e monili delle diverse epoche attraversate dai melfitani. Camere funerarie ricostruite in loco per eternare un tempo di costumi e usi di popoli andati. E gioielli che per la delicata forma e pregiata fattura sembrano moderni, dice Michelangelo che sta pensando a superare la fase del lavoro che non c’è proponendo una cooperativa di giovani che si occupino dei beni culturali e archeologici, al sevizio della città e dei turisti.
Le speranze dei giovani: noi adulti le abbiamo realizzate alla loro età e loro quando?

E’ tempo di scendere al centro della città dove nella cantina della famiglia Carbone ci sarà un incontro con i titolari delle nove piccole vigne melfitane. Il sito è almeno 10-15 metri sotto il livello stradale e vi si accede da un portone anonimo sul quale spicca di più la targa dorata del sindacato della Cgil: un simbolo vivente, attivo, o una storia del nostro passato?
Negli ampi spazi del sotterraneo un’atmosfera gioiosa, con persone che si salutano, amici che si rivedono, colleghi che si incontrano e conoscono per la prima volta, com’è accaduto a me che sono pressoché nuovo all’ambiente. Nove i tavolini su cui sono in bell’evidenza le bottiglie dei vignaioli.

La presentazione dell’incontro affidata a Luciano Pignataro, il saluto all’assessora alla cultura Anna Carbone, e la spiegazione della degustazione all’enologo Mauro Erro e Adele Chiagano, ( divinoinvigna@libero.it ).
E poi gli assaggi ma preferisco parlare con chi può darmi un po’ del suo tempo. Non so distinguere un vino se non dal colore, troppo poco ma lo fanno gli addetti ai lavori.

In compagnia dei colleghi Iranna, Antonio Pace e Marco Tucci entrambi della Gazzetta del Mezzogiorno,(comunicati@vulturpress.com ) mentre Roberto Giuliani del Lavinum on line e Antonella Petitti di Rosmarino news on line e Telecolore 849, con Vito Aita fanno riprese a botti, bottiglie, bicchieri e persone, e Monica Piscitelli ( m.piscitelli@yahoo.com; )parla coi vignaioli, e Luciano Pignataro (info@lucianopignataro.it), prepara schede dopo gli assaggi dei vini esposti(ma come fa a non ubriacarsi?), si fanno considerazioni sullo scrivere oggi, sul fare cronaca sempre più nera, e sulla precarietà del lavoro giornalistico. Ma è tutto il lavoro che oggi è precario, in Italia e altrove.

Un pranzo presso la struttura storica dell’ “ex ospedale “organizzato dall’assessore Anna Carbone e dalla vignaiola e nostra gentile e premurosa padrona di casa Sara Carbone,(sara@carbonevini.it), (due figli e un marito lasciati a casa per l’evento!) preparato dallo chef Francesco Rizzuti dell’Osteria Marconi di Potenza con la collaborazione di un gruppo di giovani allievi dell’istituto alberghiero di Melfi per un istruttivo stage col celebre chef lucano. E le specialità gustate non so dirle ma è stato un menù che avrebbe accontentato e deliziato Federico II e tutta la discendenza…
A tavola si parla di tutto, si beve e si fanno riscontri con Giovanni Gagliardi, agente nel marketing da Saracena di Cosenza in Calabria,
(gagliardi@vinocalabrese.it), Enzo Scivetti caporedattore del magazine on line Onav news, l’organizzazione nazionale di assaggiatori del vino, (enzoscivetti@libero.it), i vignaioli Michele La Luce (vinilaluce@libero.it) e Elisabetta Musto Carmelitano (az.agricola@mustocarmelitano.191.it), Sergio Pappalardo Tecnologo alimentare, specialista in Scienze Viticole ed Enologiche,(comitatots@rosmarinonews.it) e naturalmente si raccontano aneddoti sulle varie esperienze vissute girando per lo stivale e fuori da esso.
Il tempo, però, è scaduto, e dopo i saluti si torna ognuno alle proprie sedi.

RIFLESSIONI
La due giorni melfitana mi ha fatto venire voglia di esprimere alcune impressioni sull’uscita dall’isolamento della zona del Vulture di cui poco si parla ma che è tangibile nelle cose, giorno dopo giorno, in una situazione che si presenta con più ombre che luci. Parlo dello sviluppo delle zone interne che non può né deve restare una vocazione in negativo per nascita ma l’occasione per creare sviluppo guardando a quel che si ha. All’inizio di questo mio report, ricordando Bovino, ho parlato di programmazione. Oggi me ne valgo per parlare di Melfi come luogo per un tipo di sviluppo che coinvolga i residenti e l’amministrazione comunale e, a latere,(ma non assenti, però), gli enti deputati a dare una mano: Provincia, Camera di Commercio, Regione che gestisce i fondi Ue.
C’è il vino, l’Aglianico, fiore all’occhiello del Vulture di cui Melfi è la capitale morale mentre nei suoi dintorni i vignaioli si danno da fare.
C’è un castello, una cattedrale storica, un museo, luoghi di ristoro e di pernottamento, un cinema-teatro, una villa comunale grande quasi come la città con giochi per i bambini e svaghi per gli adulti, dunque una vivibilità confortante con servizi comunali all’altezza delle esigenze dei cittadini e forestieri. Persino uno sportello S.O.S per turisti. Perché Melfi è meta di un turismo non solo religioso ma anche culturale per i suoi monumenti mantenuti splendidamente. Ma il turismo va alimentato con altre cose, altrimenti il mordi e fuggi non pagherà nè i ristoratori, nè gli albergatori e men che mai chi ha da vendere qualcosa e tra questi i produttori di vino hanno una parte.
Si sono mai chiesti gli amministratori locali che cosa comprano i turisti come souvenir? Certo non la solita paccottiglia che c’è dovunque, ma qualcosa che porti il marchio di questa città che definire capitale del Vulture senza proporne il prodotto pregiato, l’Aglianico, resta un’inutile vanità, discorso vano e improduttivo. La cosa curiosa è che in questa zona, nonostante vi siano nove cantine, ma forse anche più, cioè almeno una quarantina di etichette per le diverse qualità di vino, non c’è una sola enoteca. La vedrei benissimo nella piazza della cattedrale, dove ho notato un ampio locale sfitto, per vendere quanto prodotto dai vignaioli melfitani e, perché no?, i prodotti agroalimentari locali che vanno per la maggiore, le cosiddette eccellenze.
I prodotti-simbolo pagano eccome. Ad Amalfi vendono il limoncello, a Cetara la colatura d’alici, a Vietri la ceramica, a Ravello il vino e a Melfi? La storia di questa città antichissima lo pretende, così come i suoi preziosi monumenti, i suoi residenti; e dove mali come camorra e mafia sono lontani, micro delinquenza zero, anche se ho percepito un sottile malessere che riguarda la sicurezza, ma è una mia sensazione, potrei sbagliarmi: in due giorni non si fa la radiografia di una città e della sua gente. Non ho avuto questa pretesa. Però l’anno prossimo sarò ancora qua, in un anno, se si vuole, si fanno tante cose…


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