COMPETERE le news…
16 Aprile – 14:15
——————————–
Made in Italy & Competition
Auditorium LIUC – Castellanza
Roundtable promossa da LIUC – Università Carlo Cattaneo e Competere
14:30 – Introduzione
Rodolfo Helg
Preside Scuola Economia di LIUC – Università Cattaneo
14:45 – Valori e Assets del Made in Italy
Fabio Aromatici (Direttore Generale Assocalzaturifici) – Antonio Civita (CEO Panino Giusto) – Simone Moretti (CEO il Centimetro) – Elisa Stefanini (Sales Manager Neon)
16:15 – Comunicare e Vendere il Made in Italy
Alessandra Guffanti (Presidente Sistema Moda Italia Giovani) – Giovanni Iozzia (Direttore EconomyUp) – Pietro Paganini (Curiosity Chair Competere) – Diego Rossetti (Board Member Flli. Rossetti)
17:45 – Perché Essere Made in Italy è un Vantaggio
Franco Pasquali
Presidente Forum dei Promotori di Symbola – Fondazione per le Qualità Italiane
18:00 – Light Dinner
RSVP scuoladieconomia@liuc.it – www.liuc.it/dove
Made in Italy & Competition
“La difficoltà delle nostre imprese non è solo imputabile al costo del lavoro, alle tasse o alla crisi globale, ma anche ai modelli di produzione che sono cambiati”. Lo ha detto oggi (16 Aprile) Pietro Paganini, presidente di Competere e docente di Business Administration alla John Cabot University, intervenendo al Convegno ‘Made in Italy & Competition’ organizzato da Competere e dall’università Cattaneo LIUC.
Una tavola rotonda, che ha coinvolto istituzioni, mondo accademico e realtà aziendali, riunita per riportare il know-how italiano al centro del mercato globale e vincere la sfida dell’innovazione. “Le opportunità ci sono e vanno colte prima che a farlo siano altri paesi e altre imprese. In primo luogo – ha puntualizzato Paganini – si deve investire in tecnologie, in particolare in tre settori: in Internet e in tutti i servizi legati alla rete, compreso il cloud computing; bisogna investire sui dati e sulla loro gestione per migliorare il funzionamento organizzativo, la comprensione delle dinamiche dei mercati e i rapporti con i propri clienti”.
“L’università non può stare a guardare e bene ha fatto l’Università Cattaneo e il direttore della Facoltà di Economia, Rodolfo Helg ad istituire questo nuovo percorso di laurea ‘Made in Italy, Management and Entrepreneurship’. Servono nuove professioni e quindi scuole e università che formino individui curiosi capaci di risolvere problemi. Il Made in Italy è dunque una risorsa fondamentale per l’economia nazionale e gli studenti che parteciperanno a questo programma, organizzato dalla Liuc – ha detto Paganini – avranno accesso immediato al mondo del lavoro grazie alle numerose partnership che LIUC ha sviluppato con le aziende sponsor”. Tra queste, Panino Giusto, Rosso Pomodoro, Grom e Ca’Puccino che si dicono già pronte ad assumere 25 studenti, promettendo una formazione manageriale di alto profilo.
“Oggi – aggiunge Fabio Papa, Fellow di Competere e Docente presso la Scuola di Economia e Management della LIUC – siamo schiacciati tra chi produce a prezzi bassi e conquista fasce sempre più ampie di mercato e chi è in grado di fare grande innovazione. Molte delle nostre PMI sono lì nel mezzo. La media di dipendenti delle aziende italiane (2011-2012) è di 3,9; le micro imprese (- di 10 addetti) rappresentano più del 90% del totale (5,6 le piccole, 0,7 le media, – dello 0,2% le grandi); l’accesso al credito è sempre più difficile. Dunque – ha concluso Papa – per ritornare ad essere competitivi e trovare la via dell’innovazione, la risposta sta nel Made in Italy, cioè nella capacità di mettere sul mercato prodotti unici, inimitabili, e perciò incredibilmente competitivi”.
——————-
15 aprile 2014
——————–
“L’anno europeo della Green Economy”
L’idea di Angelo Bruscino*
Il commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnik, ha dichiarato che il 2014 sarà “l’Anno europeo della green economy” e vale la pena ricordare che questa dichiarazione cade nel semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione dell’Italia e potrebbe quindi ulteriormente stimolare il nostro paese ad intraprendere seriamente una politica interna che rilanci la competitività delle nostre aziende, la creazione di molte altre e dia impulso a generare quella spinta di eccezionale innovazione e che rappresenta la Green Economy.
Ma come può questa tanto richiamata economia verde fare la differenza? Semplicemente mettendo in campo i principi di un’economia circolare, che implica l’utilizzo di risorse in maniera più efficiente, un esempio è rappresentato in Italia, dal recupero degli imballaggi di vetro, carta e cartone, plastica e acciaio che nel corso degli anni ha fatto conseguire un abbattimento dell’inquinamento e dello spreco delle risorse superiore al 50%, non solo nei green jobs sono impegnate alla fine del 2013 in Italia il 22% delle imprese e nello stesso ambito sono state effettuate il 38% delle nuove assunzioni con una produzione di valore aggiunto di circa 100 miliardi di euro, 3 milioni di lavoratori (rapporto GreenItaly 2013 di Symbola e Unioncamere).
Ma come si fa a realizzare il miracolo ? ecco alcune proposte :
• rafforzare il principio di chi inquina paga , promuovendo iniziative di filiera atta a ridurre l’impatto ambientale di beni e servizi, anche con agevolazioni fiscali ed economiche,
• creare un nuovo indicatore di bilancio che misuri l’impatto ambientale delle aziende e renderlo obbligatorio,
• semplificare le procedure e ridurre i costi burocratici per la realizzazione di impianti che si occupano di recuperare e riciclare scarti della produzione e della produzione di energia da fonti rinnovabili,
• adottare una fiscalità ecologica, che premi il minor consumo di risorse e faccia pagare di più gli sprechi, riducendo il carico fiscale su investimenti e lavoro,
• avviare un fondo chiuso dedicato alla Green Economy, di venture capital o di private equity partecipato dalla CdP.
Queste sono solo alcune proposte, semplici e ad alto impatto in primis etico/politico e poi economico e lo confesso sarebbe bello vederle partire da questa Italia che in passato non ha brillato per coraggio ed innovazione nel settore ambientale, ma che approfittando anche del suo semestre di presidenza europeo potrebbe lanciare quel new deal che tanto abbiamo raccontato e cercato negli ultimi anni e per adesso mai raggiunto.
* Fellow di Competere ed esperto in Green Economy
———————-
14 aprile 2014
———————-
Smart-Up – Crescita e Sviluppo per il futuro delle nostre città
“Pavia diventi LEAP Zone”. É l’esortazione di Pietro Paganini, moderatore del convegno ‘Smart Up: Crescita e Sviluppo per il futuro delle nostre città’, tenutosi il 14 Aprile presso il Polo Tecnologico di Pavia e organizzato dall’Associazione Ego .
“La tecnologia può fornire un modo nuovo di interpretare la città, un’opportunità per creare città sempre più intelligenti e sostenibili, cioè vivibili per i cittadini e attraenti per gli investitori. Ma le ICT da sole non bastano: occorre elaborare politiche di sviluppo territoriale in grado di ridisegnare i nostri centri urbani, consentire la libera iniziativa di imprese e cittadini e favorire lo scambio di servizi tra città”.
“Qui a Pavia, il sindaco Cattaneo sta dimostrando che una buona amministrazione è tale quando sa coniugare politica e innovazione. L’urgenza – ha puntualizzato Paganini – è quella di sburocratizzare e di rendere appetibili i territori per le nostre imprese e per quelle che dall’estero vogliono investire qui in Italia. Sono le piccole città come Pavia il campo di prova delle città intelligenti, per dimensione, propensione culturale dei cittadini e degli amministratori, e soprattutto per la presenza di imprese fortemente innovative”.
“Sono un convinto assertore della creazione delle così dette Zone LEAP, e Pavia potrebbe diventare tale: un’area di innovazione a burocrazia zero, con un fisco leggero, e soprattutto con un governo della città minimo. La creazione all’interno di un Paese di aree libere da un punto di vista fiscale e amministrativo, come succede già ad Hong Kong piuttosto che a Singapore – ha concluso Paganini – sarebbe per l’Europa, e quindi anche in Italia, un volano per progettare città intelligenti, che utilizzano la tecnologia per migliorare i servizi ai cittadini, rendere la PA più trasparente, ma soprattutto per creare un ecosistema che favorisce l’innovazione. “.
COMPETERE Privacy Policy
**CONFIDENTIALITY & PRIVACY NOTICE**
All personal data are processed by Competere Association in compliance with the 95/46/EC and 2002/58/EC Directives. This message is intended only for the use of the intended addressee and may contain confidential information belonging to the sender which is protected by copyright and/or other privilege(s). If you are not the intended addressee, Your receipt of this message and/or accompanying documents was inadvertent and accidental. You are hereby notified that any disclosure, copying, or distribution of this message, or taking any action in reliance of its contents, is strictly prohibited. If you have received this message in error, please notify the sender by reply e-mail and delete the original message. Thank you. To Unsubscribe to this mailing please follow the link below.
———————–
1 aprile 2014
——————————
PMI e Grande Distribuzione: matrimonio impossibile
L’idea di Stefano di Tommaso*
Il nostro Paese esprime la più alta concentrazione al mondo di piccole e medie imprese di design. Non credo di affermare una novità, se parlo dell’Italian Style come di una gloria nazionale, una capacità innata di concepire oggetti innovativi e di fascino. Oggi non si contano le major del lusso e del design che assumono italiani e inviano da noi i loro manager perché apprendano e portino a casa quello che il made in Italy è in grado trasmettere. Tuttavia, le prime testimoni di questo made in Italy sono le piccole e medie imprese, note a tutti come Pmi: rappresentanti di un tessuto industriale un tempo effervescente, ma oggi sempre più a rischio di estinzione.
Il loro sviluppo è però bloccato da tre grandi ostacoli: l’assenza di design, la burocrazia e la sua stessa identità frammentaria.
Una insostenibilità grava ulteriormente dalla profonda transizione attraversata dal commercio al dettaglio. Dal dopoguerra a oggi, il settore distributivo si è evoluto con inattesa velocità. Nuovi concetti di “esperienza di shopping”, nuovi formati di vendita e in più le spese di pubblicità e visibilità mediatica, comportano investimenti che limitano a molte imprese l’accesso al consumatore finale. Contestualmente la vendita all’ingrosso e ai negozi multimarca, di facile portata per le Pmi, hanno subito una crisi accelerata. Oggi i brand globali propongono e pubblicizzano un intero stile di vita sotto la propria insegna e i marchi di terzi, pressoché sconosciuti, restano inevitabilmente sfavoriti. Le catene commerciali della grande distribuzione organizzata (Gdo) rimpiazzano il dettaglio tradizionale. Da Ikea a Prada, da Armani a Mercedes, si sta distribuendo un’uniformità di offerta, domanda e gusti. La moda (intesa in termini statistici) tende a un abbigliamento meno ricercato e a un arredo minimalista, che penalizza l’oggettistica del Made in Italy. Sia per i buyer della Gdo che sul fronte degli altri canali si sono create organizzazioni atte a premere sulle vendite di specifici articoli cool e suggerire nuove esperienze di shopping, che tendono al successo commerciale raggruppando prodotti di qualità e con caratteristiche simili, proponendo a un pubblico allargato di scegliere tra un’ampia gamma. L’affermazione di Eataly sta proprio in questa strategia di mercato verticale di specializzazione.
Oggi un imprenditore in erba, con un prodotto potenzialmente vincente, è come un pittore giovane ma di talento ai tempi della Parigi di Renoir. Deve necessariamente trovare un gallerista che creda in lui e possieda gli strumenti per promuoverne la notorietà. Farinetti è il Nadar della nostra epoca. Sul fronte del design e del lusso, occorre trovare sponsor o una killer application che riesca a decretare il successo di una nuova linea di prodotti o di un marchio nascente. Un veicolo di notorietà che sappia lavorare sui media e sugli specializzati per raggiungere la capillarità distributiva e un posto al sole sugli scaffali che contano, come Harrods, Sachs o Lafayette, dove tutti vorrebbero essere presenti, ma dove pochi arrivano.
Le alternative sono limitate. Se hai avuto successo nell’abbigliamento e sei famoso, come Dolce & Gabbana, la strada migliore da percorrere è solo una: inaugurare il più velocemente possibile una catena globale di monomarca. Ma i mostri sacri sono pochi al mondo. Zegna, Hermès, Gucci, Nike o Cartier. E tra i winner si rilevano importanti differenze nelle variabili del geomarketing quali il formato, il posizionamento o la localizzazione dei punti vendita. Non esiste una ricetta pronta. I negozi sono a loro volta aziende che devono vivere e prosperare, pagare i costi e marginare, rinnovarsi ed essere fornite delle migliori risorse umane. È chiaro che i monomarca non possono essere troppo piccoli (per non andare in “rottura di stock” e non avere un’incidenza troppo alta del costo dei commessi), né possono essere localizzati in luoghi errati.
La capacità di superare il break-even dei costi distributivi dipende moltissimo da comunicazione e promozione.
Ma l’investire nella distribuzione e nel marketing non basta a decretare il successo del produttore. Pochi professionisti al mondo riescono a lavorare sulla comunicazione di un marchio sconosciuto e aprire negozi di successo senza che prima il prodotto che si vuole veicolare non sia già divenuto autonomamente famoso. Per questo motivo le catene di negozi monomarca nascono spesso con pochi punti vendita e piccoli formati che vengono ampliati progressivamente, in funzione del successo che riscuotono. Spesso quelle di medio livello sono inaugurate con formula mista: diretta e in franchising, per poi scegliere in modo definitivo il modello da privilegiare. Per esempio per le case automobilistiche è prevalsa la formula dei concessionari.
Perdere quattrini nel gioco del commercio al dettaglio è tuttavia davvero facile e scegliere questa strada normalmente significa disporre di importanti capitali, ma anche di rilevanti competenze specifiche. I vantaggi peraltro di una linea distributiva diretta e di qualità sono notevoli: informazioni in tempo reale e di prima mano sulle vendite e sulle richieste del consumatore, assenza di distorsioni derivanti dalle preferenze del distributore terzo, verifica delle politiche di prezzi e scontistica, promozione diretta del proprio marchio, eventuale diversificazione piena della gamma fino a raggiungere concetti arditi quali il “Life-Style”… Il massimo insomma, se ce lo si può permettere.
Esistono alternative cheap alle grandi catene di negozi diretti in Via Frattina o in Via Della Spiga? Assolutamente sì, sebbene l’argomento sia decisamente complesso e ogni alternativa possieda vantaggi e svantaggi. Qualche esempio? Una rete di corner store nella grande distribuzione, oppure di negozi in franchising, la condivisione tra poche marche delle vetrine dei più interessanti negozi cittadini, i Temporary Shops, la partecipazione sistematica a esposizioni, fiere, mostre e mercatini e soprattutto le vendite online. Ognuna di queste scelte comporta specifiche valutazioni e la necessità di coerenza delle caratteristiche e del posizionamento di prezzo e immagine con il marchio e i prodotti che si intende veicolare. Ciascuna di esse tuttavia, a condizione che ce la si possa permettere, è spesso migliore del classico canale “lungo” di una volta: il grossista/distributore geografico e l’agente di vendita.
* è Senior Partner di ‘La Compagnia Finanziaria Merchant Bank’
Competere [info@competere.eu]
—————————–
26 marzo 2014
—————————-
Ciao ,leggi la lettera aperta che abbiamo inviato al Presidente della Repubblica e ai Ministri degli Esteri e della Difesa in occasione della convocazione del Consiglio Supremo di Difesa, per aprire un dibattito pubblico sul futuro della nostra difesa.
In questo numero:
• Zone Speciali di Innovazione
• ‘Quale spending review per un ‘esercito d’eccellenza’
• Innovatori in fuga: portiamoli a Milano
• Imprese chiamano, banche rispondono…
• Nuove Politiche Formative per essere competitivi
• Inventarsi un Lavoro
Save the Date
• The Future of Europe at Stake: European Elections Ahead – What is next for the Union?- Lunedì 7 Aprile h 15:00 presso la Sala delle Colonne della Camera dei deputati in Via Poli 13, Roma – L’Austrian Economics Center e Competere ospitano la tappa italiana del Free Market Road Show Tour 2014. Scarica l’invito – registrati!
• 16 Aprile Competere e LIUC presentano: “PMI: tra presente e futuro”
• La Fede, lo Stato e l’Economia: Prospettive dall’Oriente e dall’Occidente – Martedì 29 Aprile h 16:00 presso il Centro Congressi Roma Eventi – Fontana di Trevi, L’Istituto Acton, con supporto di Competere, presenta:
Servono Zone Speciali di Innovazione per Attirare Nuovi Capitali Esteri
Pietro Paganini sul ‘Corriere della Sera’ – Il ritorno degli investimenti è uno dei fattori chiave per riprendere a crescere. Si potrebbe provare a elaborare strumenti più efficaci da affiancare alle solite riforme. Ci sono per esempio le Zone franche urbane (Zfu)…
Leggi l’articolo
Quale spending review per un ‘esercito d’eccellenza
L’idea di Antonio Picasso – Le più recenti circostanze ci inducono a rivolgerci a Voi, nel giorno in cui Vi incontrate per il Consiglio Supremo di Difesa, per rappresentare alcune riflessioni in merito al processo di razionalizzazione e contenimento dei costi della Difesa.
Leggi l’intervento
Anche i francesi fuggono, attraiamoli a Milano
Pietro Paganini su ‘Economy Up’ – Nella fuga dei cervelli non siamo soli. I talenti vanno dove è più cool e dove ci sono stimoli e modelli. L’Italia può diventare destinazione di…
Leggi l’articolo
Imprese chiamano, banche rispondono? Il governo deve
L’idea di Massimo Lucidi – A marzo del 2014 non abbiamo più tempo di aspettare, di riflettere, di dividerci. Le imprese muoiono ogni giorno e spesso si accompagna il dato legale e fiscale al suicidio stesso dell’imprenditore. Morire di credito…
Leggi l’intervento
l rilancio della politica italiana esige un’università finalmente competitiva
L’idea di Antonio Di Marino – Scuola, cuneo fiscale, riforma elettorale, Job Act: tutto giusto. E dell’università italiana ne vogliamo parlare? Se la classe dirigente del nostro paese ha colpevolmente sprecato ogni opportunità di rilancio dell’ultimo trentennio…
Leggi l’intervento
Inventarsi un Lavoro
Pietro Paganini su ‘La Prealpina’ – Come si torna a crescere? Ma soprattutto come si torna a produrre benessere e felicità? È il rompicapo che in molti, a vario titolo e con interessi diversi, stanno provando a risolvere.
Leggi l’editoriale
, Se vuoi essere aggiornato sullo studio Risk Management nelle Pubbliche Amministrazioni italiane, Contattaci!
Dicono di Noi
Comunicare PA – Politicamente Corretto -AgenParl – Il Velino
————————
23 marzo 2014
——————————
Imprese chiamano, le banche rispondono? Il Governo deve
L’idea di Massimo Lucidi*
A marzo del 2014 non abbiamo più tempo di aspettare, di riflettere, di dividerci.
Le imprese muoiono ogni giorno e spesso si accompagna il dato legale e fiscale al suicidio stesso dell’imprenditore. Morire di credito si può.
E’ una realtà dura con la quale il Paese e le sue crisi di Governo convivono da anni… da troppo tempo.
I nodi sono tutti al pettine e sono tanti. Non staremo qua a ripeterli… è venuto però il tempo di rinegoziare il
rapporto banche impresa perché è la stretta finanziaria la causa e l’effetto insieme di una serie di squilibri in Italia che l’Europa, gli studiosi di economia indipendenti e chi in questo Paese continua a lavorare (nonostante tutto) denuncia da tempo. E’ possibile che la Governance non abbia chiaro alcuni fondamentali dell’economia che vanno ribaditi o almeno insinuati come dubbio? Vale la pena di concentrarsi su tre fattori.
La moneta circolante
—————————-
La ricetta anticrisi di Usa e Giappone è stampare moneta. Non dirò ora se è giusto o meno e se e come e quando usciranno dalla crisi (Dio solo lo sa…) ma la quantità di moneta e la velocità di circolazione influiscono direttamente sul livello di consumi/di benessere/di ricchezza del territorio. Nessuno dice che, oltre al fatto che in Italia (in Europa) non ci siamo messi a stampare euro, la gente ha paura e la circolazione lenta e modesta di moneta genera ulteriore contrazione del sistema. Iniettare moneta e fiducia per aumentare la velocità di circolazione sono paradigmi sempre verdi, sempre veri dell’economia.
La specializzazione delle banche commerciali e d’affari
——————————
Altro paradigma anticrisi che in Italia abbiamo cancellato (…) è stata la storica separazione tra banche commerciali e banche d’affari. Abbiamo studiato la leva finanziaria che costringeva le banche specializzate nel credito a famiglie e imprese a prestare danari altrimenti non avrebbero avuto senso e tanto meno profitti. Ma poi consentendo la perdita di questo principio introdotto da Roosevelt nel 1933 – in risposta alla grande crisi del 1929 dove ci fu il tracollo delle banche, confusive tra commerciali e di investimento finanziario – cosa abbiamo riprodotto adesso se non le condizioni di un nuovo tracollo finanziario? La banca guarda alla speculazione finanziaria per fare soldi… su carta. Carta produce carta, non ricchezza.
La Globalizzazione e l’Europa
———————————
Il mondo nel 1929 non era interconnesso, interdipendente, in una parola globale quanto oggi. Eppure la crisi fu drammatica. Nel 2008 abbiamo imparato che se a crisi globali, sommiamo problemi “locali” irrisolti da tempo, polvere nascosta sotto al tappeto, tutto torna, tutto si aggrava e occorre una svolta che mi piace chiamare islandese, se non “autarchica”, di certo “innovativa”. Cose mai viste. Non formule sempre uguali, sempre cieche etero dirette da Bruxelles. E benedette dalla cieca e sorda ma avida e ingorda finanza internazionale.
La svolta necessaria. La proposta che viene da Bergamo da Finetica.
————————————
Il problema della finanza è al capolinea: sta nella distribuzione del reddito. Sta nella confusione dell’esercizio bancario che deve tornare alla distinzione commerciale/d’affari. Solo se si alimentano talenti e speranze, si premiano i meritevoli e si sostengono gli ultimi il mondo è più bello e merita di essere vissuto. Noi oggi dobbiamo lavorare per migliorarlo. E al Governo entrato in corsa e che al 7 marzo pare “coricato” sul tavolo delle proposte per il rilancio dell’economia occorre un nuovo slancio.
—————-
Per questo FINETICA, associazione di cittadini e imprese che chiedono una Finanza che serve l’Uomo, ne sostenga la dignità e il Valore della Vita, che concretamente promuove la rinegoziazione del rapporto banca-impresa chiede al Presidente Renzi di istituire subito uno Sportello Unico del Credito presso la Presidenza del Consiglio in cui (associazioni di) consumatori e imprese possano segnalare casi meritevoli di attenzione da parte degli istituti di credito che cosi possano attivare un fattivo dialogo e riavviare la macchina del credito. Parlarsi in questi termini vorrà pur significare uno stop alle penose procedure di Equitalia e la ricerca di convergenze tra Imprese e Banche… che hanno beneficiato di fondi BCE che … dove sono andati?
Una proposta sommessa, modesta ma pure ferma e ambiziosa quella di Finetica capace di innescare un dialogo a tutti i livelli e il conseguente cambiamento di vision che a livello globale si rende necessario. Un modello italiano di ripresa si potrebbe pure congegnare o no?
*Fellow di Competere e Presidente di Finetica Competere
da: Competere [info@competere.eu]
0 commenti