CAMPANIA: IL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO
28 marzo 2014
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Care cittadine, cari cittadini,
nei giorni scorsi abbiamo reso pubblica la relazione della Corte dei Conti sull’esercizio finanziario 2011 dell’ente Parco nazionale del Vesuvio.
Letta la relazione, premesso che non sono particolarmente esperto di bilanci pubblici, vi sottopongo alcune, parziali, considerazioni:
1) L’ente Parco ha accumulato negli anni un consistente attivo di cassa, segno evidente di una incapacità di spesa che non può che essere ricondotta alla limitatezza dell’organico (15 unità) e, sopratutto, alla mancanza in organico di determinate figure professionali
2) Notevolissimo è anche l’ammontare dei residui attivi e passivi (crediti non riscossi e debiti non pagati) che testimoniano anch’essi una difficoltà di gestione amministrativa
3) La principale voce di entrata è costituita da “entrate derivanti dalla erogazione di servizi connessi alla gestione della Riserva Tirone Alto Vesuvio”, pari a euro 3.000.003 nell’esercizio finanziario 2011, in altre parole l’incasso derivante dal pagamento del biglietto per l’accesso al sentiero che conduce al Gran Cono cui va sottratto il costo del servizio di accompagnamento (obbligatorio) delle guide vulcanologiche e il costo di gestione del servizio di biglietteria in appalto a ditta esterna. E quale è la differenza tra questa entrata e queste uscite?
4) Quale sia esattamente la differenza non ci è dato sapere in quanto il dato delle “spese per attività istituzionali” che ammontano a
euro 2.793. 636 nel medesimo esercizio è un dato spurio comprensivo di spese per attività divulgative, ecc. e spese per la gestione dei servizi di biglietteria e accompagnamento dei turisti da parte delle guide alpine (il maggior importo)
5) La relazione della Corte dei Conti è infatti stranamente generica nella rendicontazione analitica della principale voce di spesa, le cosiddette “spese per prestazioni istituzionali”. Al riguardo ci dice solo che “Le spese per attività istituzionali sono rappresentate da uscite per attività divulgative, partecipazione a mostre e convegni. Il maggior importo è connesso alle uscite per la gestione dei servizi erogati (pagamenti guide alpine e servizio biglietteria) nella Riserva Tirone Alto Vesuvio”. La relazione quindi non specifica quale sia l’esatto importo del “maggior importo” connesso al pagamento delle guide alpine né quanto costi al Parco l’affidamento in appalto del servizio di biglietteria. Tuttavia, nelle conclusioni, la Corte raccomanda al Parco “un ancor più proficuo sfruttamento della concessione statale di gestire direttamente i servizi correlati all’utilizzo della Riserva “tirone Alto Vesuvio”, che rappresentano una significativa (ed incrementabile) entrata propria”
Altre considerazioni:
a) manca una descrizione analitica delle voci di spesa “spese per beni di consumo e servizi” pari a 203.400 euro e della voce “spese non classificabili in altre voci” pari a euro 293.760
b) la voce “investimenti per la tutela dell’ambiente” pari a euro 40.037 è ridicola se si considera che Il Parco ha precisi compiti istituzionali anche in materia di prevenzione del dissesto idrogeologico e di risanamento e riqualificazione paesaggistica e ambientale
c) il piano pluriennale economico e sociale è scaduto nel 2009 e da allora non è stato aggiornato
d) del Regolamento del Parco abbiamo già detto e ridetto
e) Il Parco riceve 0 trasferimenti dalla Regione Campania e 0 trasferimenti dai Comuni, che pure ne fanno parte
f) il contributo ordinario del Ministero dell’Ambiente è pari a 1.621.364 euro, poco più della metà delle “entrate derivanti dalla erogazione di servizi connessi alla gestione della Riserva tirone Alto Vesuvio” che costituisce quindi di gran lunga la principale voce di entrata dell’ente Parco
Considerazioni conclusive
La relazione della Corte dei Conti ci rappresenta un ente Parco in evidente difficoltà di gestione. Si riscontra infatti:
una difficoltà a riscuotere crediti;
una difficoltà a pagare i debiti;
una difficoltà a spendere;
una sproporzione evidente tra spesa per interventi di tutela (ai minimi termini), spese per interventi di promozione economica e sociale (non pervenuti) e “altre spese” consistenti ma non meglio specificate;
infine, una evidente incapacità di far fruttare l’unica risorsa finanziaria propria al momento disponibile (Il Gran Cono), i proventi derivanti dalla quale eccedono di pochissimo le spese di gestione.
Ci auguriamo che il prossimo Consiglio Direttivo sappia prendere di petto la situazione, a partire dal rinnovo della convenzione tra guide vulcanologiche ed ente Parco, scaduta il 31 dicembre 2013 e che attualmente sancisce o meglio “patisce” una ripartizione degli introiti tra ente Parco e guide secondo la quale solo un 1/4 del prezzo del biglietto viene incassato dal Parco che con questo 1/4 deve anche pagare il servizio di biglietteria dato in affidamento a terzi.
Buon fine settimana a tutti
Giovanni Marino
Cittadini Per Il Parco [cittadiniperilparco@gmail.com]
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27 marzo 2014
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Care cittadine, cari cittadini,
il giorno 26 marzo Ugo Leone ci scrive:
” Chiunque può, legittimamente, dire tutto il male possibile sulla mia attività al parco dal 2008, dal momento che ciascuno è libero di manifestare sue opinioni e giudizi. Quando questo è avvenuto, mai mi sono permesso di intervenire. Ma ritengo scorretto e insopportabile che si dicano cose (e se ne subisca la diffusione) di cui non si conosce la realtà riportando considerazioni e decisioni di altri pur non essendo stati presenti a ciò che si racconta. Nel caso specifico non mi risulta che nella riunione citata nella lettera cui mi riferisco, le cose siano andate come riportate. Personalmente non chiedo “correzioni” a quei contenuti, ma poiché sono riferiti a persone anch’esse assenti mi pare doveroso riferire la mia posizione. Leggo dalla lettera:
“La Comunità del Parco si è riunita nei giorni scorsi e ha rifiutato di dare il suo parere, obbligatorio per legge ma non vincolante, chiedendo al commissario Leone di creare un gruppo di lavoro coordinato dai progettisti del Piano, all’interno del quale valutare le proposte di modifica dei comuni al Regolamento. Per parte nostra chiederemo di poter essere convocati a quel tavolo e di poter presentare le nostre osservazioni.
Ma chi è titolato oggi a revisionare la proposta di regolamento approvata dal Consiglio Direttivo? Il Consiglio Direttivo stesso, naturalmente, ma, nel nostro caso, il Consiglio Direttivo è decaduto. Quindi la potestà e la responsabilità di accogliere le proposte di modifica è tutta del commissario Leone. Vorrà Leone, che non ha brillato in questi anni per spirito di iniziativa, assumersi questa responsabilità? Ad oggi non lo sappiamo, ma la questione dovrebbe essere chiarita a breve. In caso contrario, per quello che ci è dato sapere, la Comunità pare intenzionata a bloccare l’iter di approvazione del Regolamento negando il suo parere sino alla nomina del nuovo Consiglio Direttivo.”
Il giorno nel quale alcuni sindaci si sono riuniti con me presso la sede di Ottaviano, è stata consegnata alla Comunità del Parco la copia del Regolamento approvata dal Consiglio direttivo comunicando anche che da quel giorno sarebbero scaturiti i 40 giorni per le osservazioni e le proposte.
È abbastanza difficile immaginare che in quella occasione sarebbe stato richiesto seduta stante, il parere della Comunità la quale infatti, non ha per nulla rifiutato il parere, ma ha ritenuto opportuno convocare un proprio gruppo di lavoro per poi incontrarsi anche con i progettisti del Piano.
Se i componenti la Comunità vorranno incontrarsi anche con altri per recepire le loro osservazioni sono naturalmente liberi di farlo.
Il fatto che io non abbia “brillato in questi anni per spirito di iniziativa” non mi esime dal rispetto della legge che mi chiede di valutare le osservazioni e le proposte e di accoglierle o respingerle in parte o in toto prima di mandare il tutto al Ministero per la definitiva approvazione.
Se, come si afferma nella lettera, quel che è dato sapere è che “la Comunità pare intenzionata a bloccare l’iter di approvazione del Regolamento negando il suo parere sino alla nomina del nuovo Consiglio Direttivo”, credo di poter dire, e i presenti a quell’incontro se credono lo potranno confermare, che all’autore della lettera è stata data di sapere una cosa inesatta”.
Cordialmente
Ugo Leone
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Egregio Presidente,
è vero, ci era sfuggito un particolare fondamentale, sul quale anzi avevamo equivocato (anche a causa di una formulazione non proprio chiarissima della legge 394 art. 11 comma 6), e cioè il fatto che la Comunità ha 40 giorni per esprimere il proprio parere sul regolamento a far data dalla richiesta dell’organismo dirigente dell’ente Parco e non a far data dalla richiesta del Ministro. Chiediamo pertanto venia sul punto a chi ci legge.
Quanto alle intenzioni politiche dei Sindaci, se siano o meno propensi a dare un parere (che può anche essere negativo, anche se non vincolante) ad un testo “blindato”, mi permetto di suggerirLe maggiore cautela nelle interpretazioni.
E’ evidente che l’atteggiamento dei sindaci sarà commisurato al risultato del gruppo di lavoro che si è insediato (ieri, se le nostre informazioni sono corrette), e al recepimento o meno da parte sua (l’unico titolato a farlo in quanto commissario) delle richieste di modifica.
Per quanto riguarda invece modi e tempi, fatti e omissioni, dell’esercizio delle sue funzioni in questi sei anni di Presidenza lasciamo pure il giudizio alla storia o, se preferisce, alla cronaca.
Apprendiamo infine dalla sua lettera che Ella non ritiene che i progettisti del Piano debbano ascoltare rappresentanze della società civile. E’ una posizione legittima, in quanto l’approvazione del Regolamento è un atto disciplinato dalla legge 394 la quale non prevede appunto “l’ascolto” delle forze sociali, procedura invece prevista per l’approvazione del Piano del Parco. Ma Lei sa che su determinati punti del Piano talune categorie chiedono da anni di essere ascoltate e che questa richiesta è stata vergognosamente inevasa. Oggi, a Consiglio Direttivo decaduto (e non lo rimpiangiamo) Lei è l’unico in grado di apportare delle modifiche ad un testo che deve, a nostro avviso, essere riformulato in più punti.
Resta tutta la nostra valutazione negativa sulla opportunità politica che un Consiglio Direttivo in scadenza (e difatti scaduto) approvi un regolamento venendo poi meno al suo dovere di confronto con gli enti locali e con le rappresentanze sociali. Più corretto, più democratico, sempre a nostro avviso, sarebbe stato, dopo 5 anni di ritardo, lasciare l’onere della approvazione del testo elaborato al nuovo Consiglio Direttivo nella pienezza dei suoi poteri.
Ad ogni modo, meglio tardi che mai. Avanzeremo le nostre richieste di modifica tramite la Comunità, visto che ci è impossibile farlo direttamente al Parco, sperando che la Comunità voglia recepirle e farle sue o quantomeno portarle alla attenzione del gruppo di lavoro misto comuni – ente Parco.
AugurandoLe buon lavoro.
Cordiali saluti Giovanni Marino
Cittadini Per Il Parco [cittadiniperilparco@gmail.com]
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11 febbraio 2014
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VERSO IL RINNOVO DELLA PRESIDENZA
Mentre il Ministro Orlando persevera nel suo silenzio (in data 29 gennaio 2014 le associazioni firmatarie della lettera al Ministro Orlando con la quale si proponeva Giovanni Marino alla Presidenza dell’ente Parco nazionale del Vesuvio hanno formalmente chiesto un incontro al Ministro dell’ambiente per discutere delle problematiche dell’area protetta e delle condizioni per rilanciare l’azione dell’ente Parco. Ad oggi non è arrivata dal ministero alcuna risposta), si allunga la lista delle associazioni sostenitrici: con l’adesione di Confagricoltura Campania e di CIA (confederazione italiana agricoltori) Campania sono salite a 30 le associazioni sottoscrittrici della candidatura di Giovanni Marino (vedi elenco aggiornato in allegato). Fervono intanto i preparativi per la tavola rotonda di giovedì 13 a Massa di Somma. Vi rinnoviamo l’invito a partecipare e a far partecipare.
Una buona giornata
Il coordinamento di cittadini per il Parco
Cittadini Per Il Parco [cittadiniperilparco@gmail.com]
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23 gennaio 2014
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In seguito ad una assemblea pubblica tenutasi in Sant’Anastasia in data 10 gennaio 2014, su proposta del
“Movimento cittadini per il Parco”, numerose associazioni hanno aderito alla proposta di candidare Giovanni Marino alla Presidenza del Parco nazionale del Vesuvio sottoscrivendo una lettera aperta (vedi allegato) al Ministro dell’ambiente e al Presidente della Regione Campania ed espresso la loro convinta adesione al programma di massima correlato (vedi allegato), nel pieno e convinto rispetto delle prerogative istituzionali sancite dalla legge sulle aree protette che attribuisce al Ministro, sentito il Presidente della Regione, l’onere della nomina, e tuttavia certe di dare un contributo trasparente e alla luce del sole nel solco della democrazia partecipativa affinché gli organi istituzionali preposti possano decidere avendo acquisito dettagliate informazioni sugli orientamenti e sulle soluzioni prospettate da una parte significativa, sensibile e attiva, della cittadinanza della Comunità del Parco, per risolvere i gravi problemi che immobilizzano l’ente Parco e restituirgli una funzione di guida di un processo di riconversione ecologica dei modi di vita e di produzione all’interno dell’area protetta e al di fuori di essa.
LA LETTERA aperta al Ministro Orlando
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Egregio Ministro dell’ambiente, Egregio Presidente della Regione Campania,
le scriventi associazioni, consapevoli e rispettose delle prerogative che la legge 394 attribuisce al Ministro dell’ambiente, ritengono tuttavia legittimo e consono allo spirito e alla prassi di una democrazia partecipata, proporre al Ministro e al Presidente della Regione Campania la nomina del sig. Giovanni Marino, imprenditore agricolo biologico, fondatore e coordinatore del “Movimento cittadini per il Parco”, attuale e primo Presidente del Consorzio di Tutela del pomodorino del piennolo del Vesuvio dop, a Presidente del Parco nazionale del Vesuvio, riconoscendo nella sua persona quelle caratteristiche di competenza, passione civile, impegno, determinazione, serietà e correttezza che riteniamo indispensabili per guidare l’ente Parco nazionale del Vesuvio. Ci riconosciamo inoltre nel programma elaborato dal “Movimento cittadini per il Parco” che condividiamo e che riteniamo possa, se attuato, consentire all’ente Parco di risollevarsi dalla attuale condizione di impotenza per proporsi come fulcro di un processo di rinascita civile della intera comunità del Parco.
Con osservanza, i firmatari:
Museo della civiltà contadina “Michele Russo” Somma Vesuviana
Associazione NeaNastasis Sant’Anastasia
Osservatorio Ambiente PD Sant’Anastasia
Polisportiva Quadrifoglio Sant’Anastasia
Boschetto Sporting Club Sant’Anastasia
Gruppo Sportivo ALANBICI San Sebastiano al Vesuvio
Legambiente Parco nazionale del Vesuvio Ercolano
Pro Loco Hercuvlanevum Ercolano
ASCOM Ercolano
Associazione Family House Ercolano
Associazione per i Siti Reali e le Residenze Borboniche ONLUS Portici
Movimento cittadinanza attiva Torre del Greco
Università Verde Torre del Greco
Centro sociale Torrese Torre del Greco
A.S.D. Archeoatletica Vesuvio Torre Annunziata
Zona Rossa – Associazione di Civile Creatività Torre Annunziata
Archeoclub Torre Annunziata
Associazione ViviTrecase Trecase
Pro Loco Trecase
Associazione “Il Melograno” Boscoreale
Associazione Discovery Vesuvius Terzigno
Confagricoltura Napoli
AmbienteVivo Campania
GIOVANNI MARINO
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è nato a Napoli il 21/12/1965.
Ha frequentato la Facoltà di sociologia della Università Federico II di Napoli e ha lavorato come operatore sociale presso associazioni di volontariato e con il Comune di Napoli negli anni 90 occupandosi in particolare di minori a rischio a Torre annunziata, di sostegno alla popolazione Rom nel campo di via Zuccarini a Scampia in collaborazione con l’associazione Il Compare (comitato per l’assegnazione di aree non ghetto ai Rom), e, infine, dando vita ad un progetto di presa in carico e accompagnamento sociale di persone senza fissa dimora, che nel 1999 diventa servizio di “Unità Mobile di Pronto Intervento Sociale” del Comune di Napoli.
Nel 2001 lascia il servizio per divergenze di vedute su obiettivi e metodologia di lavoro con la Direzione dei servizi sociali del Comune e rileva un fondo semi – abbandonato in Massa di Somma.
L’idea iniziale è quella di avviare un gruppo familiare Rom kosovaro alla creazione di una impresa di ristorazione, ma, tramontata per vicissitudini varie questa ipotesi, nasce l’azienda agricola “casa Barone”, oggi la più grande azienda agricola biologica del Parco nazionale del Vesuvio e azienda leader nella produzione e commercializzazione del pomodorino del piennolo del Vesuvio DOP che fa conoscere ed esporta ad oggi in 10 paesi della Unione europea ed inoltre in Cina, Canada, Singapore, Usa, Giappone, Russia.
Nel 2006 è tra i principali artefici del comitato promotore per il riconoscimento della DOP per il pomodorino del piennolo che l’Unione Europea riconosce nel gennaio del 2010.
Nell’aprile del 2010 fonda “Nuova agricoltura – Consorzio di promozione del pomodorino del piennolo del Vesuvio DOP” che il 10 aprile 2013 il Mipaaf (Ministero politiche agricole alimentari e forestali) riconosce come Consorzio di Tutela e che oggi rappresenta oltre il 70% della produzione iscritta alla DOP e di cui Giovanni Marino è il primo e l’attuale Presidente.
Nel 2009 è tra i promotori del riconoscimento della IGP Catalanesca del Monte Somma coordinando il gruppo di lavoro che stende la prima bozza di disciplinare di produzione. La “Catalanesca” viene riconosciuta prima come vino da tavola e poi ottiene la IGP nel luglio del 2011.
Nel marzo 2010 fonda il Movimento
“cittadini per il Parco” di cui è attualmente il coordinatore.
In gioventù ha partecipato e dato vita a numerose iniziative politiche, sociali e culturali.
IL VESUVIO TRA NATURA E CULTURA
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analisi e proposte per rilanciare ruolo e politiche del Parco Nazionale del Vesuvio
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Indice
Dal manifesto “cittadini per il Parco” pag 2
Carta di intenti pag 3
Le condizioni per il cambiamento pag 5
Riorganizzazione e potenziamento della struttura dell’ente Parco pag 7
L’ente Parco e le politiche di tutela e conservazione dell’ambiente pag 9
Il ruolo dell’ente Parco per lo sviluppo della agricoltura vesuviana pag 14
La valorizzazione del patrimonio etno antropologico pag 16
L’ente Parco e lo sviluppo turistico del territorio pag 18
Le 13 azioni da fare subito pag 23
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Dal manifesto “cittadini per il Parco” – marzo 2010
La nascita del Parco Nazionale del Vesuvio, 15 anni or sono, avvenne quasi in sordina. Le singole amministrazioni comunali aderirono per inerzia, una volta appurato che, almeno nell’immediato, l’adesione al Parco non comportasse ulteriori restrizioni in ambito edilizio, rispetto alla normativa preesistente. Una generica e velleitaria, in quanto generica, propensione a “sviluppare il turismo” fornì una motivazione plausibile e gli amministratori decisero di aderire al Parco senza porsi troppe domande, ma anche con poche idee e confuse.
La popolazione, a parte qualche gruppo di interesse, rimase sostanzialmente estranea a questo dibattito. Gli ambientalisti salutarono con entusiasmo la nascita del nuovo ente; altri temevano che l’istituzione del Parco potesse comportare nuovi vincoli “al fare”. Vincoli a costruire soprattutto. Già, perché il mattone, ovvero l’abusivismo edilizio, insieme ai ristoranti da cerimonia, alle cave e alle discariche abusive, hanno costituito per decenni “il modello di sviluppo” dominante nell’area “a monte” dei centri urbani.
In quel momento storico, quel modello di sviluppo era senso comune, pratica condivisa, cultura dominante. E oggi?
Oggi le ultime cave sono state dismesse; l’antica “vocazione” alle discariche ha trovato il suggello nelle discariche di Stato; i novelli sposi sono alla ricerca di “location” meno maleodoranti e più suggestive per il loro giorno più bello; l’agricoltura, che già quindici anni fa era stremata e cedeva superficie alla speculazione edilizia, è ridotta a testimonianza; in compenso l’abusivismo edilizio dà segni di ripresa.
Tuttavia, possiamo affermare che il “modello di sviluppo vesuviano” è sostanzialmente andato in crisi. Il territorio è stato consumato e ha perso “appeal”. Ma la nascita del Parco non doveva favorire un modello di sviluppo alternativo?
Cosa ne é stato delle legittime speranze per un “altro” Vesuvio?
La vicenda delle discariche di Stato è solo l’ultimo colpo ad un progetto già in agonia. Il Parco non è mai decollato. E, in effetti, che cosa avrebbe potuto essere e non è stato? Quale futuro era, forse è ancora, lecito aspettarsi?
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Carta di intenti
Cittadini per il Parco è un movimento civico costituito da associazioni, imprenditori, professionisti, privati cittadini, che ha per obiettivo la piena e compiuta realizzazione delle finalità istituzionali dell’ente Parco nazionale del Vesuvio , dalla conservazione dell’ambiente naturale e delle specie vegetali e animali in esso presenti alla promozione di uno sviluppo economico e sociale compatibile con le esigenza di tutela dell’area protetta e rispettoso della legalità.
In un quadro generale segnato dalle pesanti riduzioni di uomini e risorse finanziarie cui sono stati soggetti i Parchi in questi ultimi anni ed in particolare le aeree protette del mezzogiorno; dalle contraddizioni e dalle incertezze sulla funzione di tutela e conservazione della natura dei Parchi nazionali (l’apertura di una discarica in un Parco ne è la riprova); dalla involuzione e dall’arretramento della capacità di governo dell’ente Parco nazionale del Vesuvio, in parte riconducibili alla mancata nomina da parte della Comunità del Parco dei propri rappresentanti nel Consiglio Direttivo dell’ente, in parte alla inadeguatezza dei membri di nomina ministeriale; ciò premesso, il Movimento ritiene sia necessario agire sia sul piano della mobilitazione sociale, per determinare un risveglio di attenzione e interesse nella cittadinanza e nei diversi soggetti sociali sulle ragioni fondanti l’esistenza stessa del Parco Vesuvio, sia, contestualmente, su quello della sensibilizzazione degli organismi politici e istituzionali competenti, dal Ministero dell’Ambiente allo stesso ente Parco, con particolare riferimento alle amministrazioni comunali facenti parte della Comunità del Parco, perché rinnovino il loro impegno, con convinzione e lungimiranza, a favore di un potenziamento e una riorganizzazione dell’ente, in modo da renderlo capace di svolgere con efficacia una funzione di coordinamento, di fund raising e di progettazione, sia delle politiche di tutela che di quelle di sviluppo nell’area Parco.
Dobbiamo amaramente constatare che il rapporto tra gli enti locali e l’ente Parco negli ultimi anni è degenerato in un mero rapporto di redistribuzione di occasionali fonti di finanziamento.
Noi riteniamo invece che l’ente Parco debba essere considerato e riorganizzato come il luogo istituzionale in cui si programma e si pianifica lo sviluppo socio –economico di tutti i comuni del Parco, indipendentemente dal colore politico delle singole amministrazioni, come il luogo istituzionale in cui si fa fronte comune per la difesa e la tutela del territorio, coordinando le risorse umane disponibili (corpo forestale, CTA, polizie locali) e le strategie. Un luogo di confronto, messa in comune di risorse e competenze, e di progettazione. Il Parco, pertanto, deve essere dotato di tutte le competenze e risorse umane necessarie per svolgere le sue funzioni.
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Parallelamente “cittadini per il Parco” ritiene indispensabile l’attivazione delle consulte, come già previsto dallo statuto dell’ente, per dare piena attuazione al principio democratico e giuridico della partecipazione popolare ai processi decisionali e per consentire ai cittadini e alle loro associazioni, come pure agli operatori economici, di interagire positivamente e costruttivamente con l’ente Parco per un miglior governo del territorio, attraverso un confronto, non sporadico e non occasionale, su tutte le tematiche di interesse pubblico rilevante.
Per garantire tutela e sviluppo dell’area Parco, il Movimento ritiene inoltre di dover favorire una riflessione strategica tra cittadinanza attiva, intellettuali e decisori politici, sulla necessità di allargare il campo delle politiche di intervento alle aree limitrofe e contigue al Parco e quindi alla fascia costiera e alla fascia “pedemontana” a nord del vulcano.
La incessante pressione antropica che storicamente da valle muove verso monte, va infatti regolata a valle, con interventi di decongestionamento dei centri storici, de-localizzando e incanalando le nuove attività produttive in aree esterne al PNV, creando, viceversa, collegamenti virtuosi tra il patrimonio culturale e artistico di cui sono ricchi i centri storici e il patrimonio naturalistico e agricolo dell’area Parco al fine di una reciproca valorizzazione.
Al fine di perseguire i suoi obiettivi il Movimento organizza e promuove incontri, dibattiti, manifestazioni pubbliche, campagne di opinione, iniziative di animazione territoriale e sociale e promuove incontri con tutti gli enti e le istituzioni competenti e i loro rappresentanti.
Il nostro impegno, che immaginiamo non di breve durata, sarà quello di coltivare la speranza di un cambiamento. Se saremo buoni agricoltori raccoglieremo buoni frutti. Quello che non faremo è assistere passivamente al declino della nostra terra.
La rassegnazione non ci appartiene.
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Le condizioni per il cambiamento
Molte e diverse sono le condizioni necessarie affinché l’ente Parco sia messo in condizione di svolgere con efficacia la sua funzione e molte ancora sono le realizzazioni necessarie affinché l’azione dell’ente cominci a produrre risultati tangibili e apprezzabili dalla popolazione.
Sopra tutte le altre, noi pensiamo vi siano tre condizioni che vadano risolte positivamente pena il fallimento di qualsiasi ipotesi e tentativo di rilancio dell’ente e la cui risoluzione, viceversa, possa determinare l’apertura di una stagione positiva per l’ente e soprattutto per il territorio e le comunità ivi residenti.
Le tre condizioni sono le seguenti:
– cambiare il rapporto tra gli enti locali e l’ente Parco
– rafforzare la struttura amministrativa ed operativa dell’ente Parco
– modificare il modello di governance dell’ente Parco
Cambiare il rapporto tra enti locali e ente Parco
Sino ad oggi il rapporto invalso tra i comuni e l’ente Parco può essere definito di opportunismo parassitario degli uni verso l’altro. L’ente Parco infatti non è minimamente considerato dagli enti locali come una istituzione che abbia valenza strategica. Esso è stato considerato, a seconda dei casi, un vincolo, in quanto l’istituzione del Parco, pur non avendo introdotto alcuna ulteriore restrizione di tipo urbanistico rispetto alla normativa preesistente, ha tuttavia istituito un ulteriore livello autorizzativo e quindi di controllo sulle attività edilizie, oppure una occasionale fonte di finanziamento secondo un metodo “democratico” di distribuzione dei fondi comunitari, comune per comune.
Per cambiare questo rapporto sbagliato è necessaria una forte presa di coscienza da parte degli amministratori attraverso un confronto serrato e anche duro con la popolazione e con gli organismi dirigenti dell’ente Parco.
Il Parco è, deve essere, non può che essere la “casa comune” degli enti locali, il luogo istituzionale in cui si confrontano interessi, vocazioni, progetti, aspettative e si mettono in comune risorse e competenze per programmare lo sviluppo possibile di tutta l’area Parco, nel rispetto delle esigenze di tutela dell’area protetta, per garantire alle popolazioni residenti il diritto alla salute, al lavoro, al futuro.
Questa nuovo rapporto, questa nuova mentalità, questo nuovo “patto sociale e istituzionale”, deve trovare ovviamente riscontro in comportamenti concreti e anche essere tradotto in azioni che abbiano una forte valenza simbolica come, per esempio, una contribuzione di capitale annuale, ordinaria, degli enti locali all’ente Parco la quale, al di là dell’ammontare del capitale versato nella casse del Parco, testimoni una
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inversione di tendenza e affermi un principio, quello appunto del Parco come “casa comune”, progetto condiviso.
Rafforzare la struttura amministrativa e operativa dell’ente Parco
Se il Parco non è stato agito in questi anni dagli enti locali come “casa comune” ciò è dipeso, in parte, anche dal fatto che la struttura dell’ente è attualmente inadeguata a svolgere questa funzione di raccordo e di supporto ai comuni.
In ogni caso è palese che senza un significativo rafforzamento della sua struttura tecnica l’ente non è in grado di svolgere la funzione di “pensatoio”, di luogo istituzionale di elaborazione di programmi e progetti per tutta l’area Parco e di supporto alle strutture tecniche dei comuni.
Nel paragrafo successivo affronteremo la questione di come sia in realtà possibile, nonostante l’impossibilità di nuove assunzioni nel pubblico impiego, creare una struttura tecnica all’altezza dei compiti sopraindicati.
Modificare il modello di governance dell’ente Parco
Siamo fermamente convinti della necessità e opportunità di affermare un nuovo modello di “governance” dell’ente come condizione per poter realizzare il “buon governo” nell’area Parco. Non è solo una questione di maggiore democrazia e legittimità delle decisioni pubbliche. Nessuna struttura tecnico – politica può infatti pensare di affrontare le problematiche di una società complessa e articolata come quella odierna senza sperimentare nuove forme di partecipazione ai processi decisionali capaci di coinvolgere e acquisire i saperi e le competenze diffusi nella società. Solo creando canali istituzionali stabili di interscambio informativo e di confronto tra l’ente Parco, nella sua componente sia tecnica che politica, e le diverse forme organizzate della società, è possibile pervenire alla elaborazione e quindi alla adozione di provvedimenti e politiche efficaci. Abbiamo pertanto proposto come Movimento la istituzione di Consulte tematiche e anche presentato all’ente proposte dettagliate per i relativi regolamenti attuativi. Proposte ad oggi totalmente inevase.
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Riorganizzazione e potenziamento della struttura dell’ente Parco
Il rilancio della “mission” istituzionale dell’ente Parco passa necessariamente per una riorganizzazione e un rafforzamento della struttura esecutiva dell’ente e per la riaffermazione della sua centralità politica e istituzionale, sia nelle politiche di tutela e conservazione dell’ambiente, sia in quelle di promozione dello sviluppo sociale ed economico. Vanno create inoltre le condizioni per un progressivo trasferimento di funzioni dagli enti locali all’ente Parco in quei campi dell’azione amministrativa (ad esempio urbanistica, difesa del territorio) in cui le competenze e le attribuzioni degli enti locali e dell’ente Parco si intersecano e si sovrappongono, per razionalizzare l’azione amministrativa e renderla più efficace ed efficiente.
Aspetto non secondario ci appare inoltre quello della creazione di una “governance diffusa”, attraverso la istituzione di consulte, pure previste dallo statuto dell’ente, ma mai attivate, che diano concretezza al principio della partecipazione dei cittadini alla formazione delle decisioni amministrative, consentano all’ente un confronto sistematico e costruttivo con le categorie produttive per meglio assolvere ai suoi compiti istituzionali e permettano anche di conseguire l’obiettivo politico, non secondario, di “avvicinare” all’ente Parco cittadini e forze sociali, alimentando un processo di progressivo riconoscimento e attribuzione di valore al ruolo e alle funzioni dell’ente.
Infine, ma non da ultimo, va posto il tema del raggiungimento di più alti livelli di autonomia finanziaria dell’ente, reso viepiù necessario dai costanti tagli dei trasferimenti statali degli ultimi anni.
Riteniamo pertanto necessario:
– Che i sindaci partecipino in prima persona alla comunità del Parco e al Consiglio direttivo, per ridare dignità e forza decisionale all’ente Parco, riconoscendo e rivalutando il ruolo dell’ente Parco come cabina di regia politico-istituzionale per le politiche di tutela e promozione del territorio.
– Attivare le consulte per favorire la partecipazione delle categorie produttive e della società civile alla formazione delle decisioni amministrative dell’ente Parco, per avvicinare i cittadini e le categorie produttive all’ente e per dare agli organismi decisionali dell’ente tutti gli elementi conoscitivi necessari per poter prendere decisioni ponderate ed efficaci.
– Il rafforzamento della pianta organica dell’ente Parco, che va dotato di quelle figure professionali necessarie, per numero e competenze specifiche, affinché l’ente possa svolgere le importanti funzioni cui è istituzionalmente
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preposto, dalla tutela e conservazione dell’ambiente alla promozione dello sviluppo sociale ed economico, da perseguire tramite ampliamento della pianta organica ovvero attraverso la attribuzione di incarichi professionali a consulenti, sulla base di criteri assolutamente meritocratici ovvero attraverso il distacco da altri enti della pubblica amministrazione.
– Il raggiungimento di livelli maggiori di autonomia finanziaria dell’ente Parco, da perseguire attraverso l’incremento degli introiti derivanti dalla vendita dei biglietti per la visita al Gran Cono, dalla attivazione e implementazione di politiche di merchandising, da una sistematica attività di fund raising e, non da ultimo, dal versamento da parte dei Comuni di contributi annuali ordinari all’ente Parco.
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L’ente Parco e le politiche di tutela e conservazione dell’ambiente
Le aree protette rappresentano al contempo una risorsa per lo sviluppo turistico ed economico e un caposaldo delle politiche di tutela ambientale. Esse, infatti, alla luce delle disposizioni normative nazionali (legge 394/91) e delle linee di principio dell’Unione Europea, contenute nel V programma di azione ambientale, risultano essere i luoghi ottimali in cui mettere a punto modalità di pianificazione volte a coniugare le esigenze di conservazione con quelle dello sviluppo, senza che le une precludano le altre, modalità da poter poi esportare nei territori circostanti attraverso una contaminazione virtuosa.
Istituito nel 1995, il Parco Nazionale del Vesuvio si estende su una superficie di 8.482 ettari, comprendente l’area SIC IT8030036 – Vesuvio e l’area ZPS IT8030037 – Vesuvio e Monte Somma. Il Parco comprende il territorio di 13 Comuni della Provincia di Napoli: Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Boscoreale, Boscotrecase, Trecase, Torre del Greco, Ercolano, San Sebastiano al Vesuvio, Massa di Somma, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia. Esso viene istituito al fine di conservare le specie animali e vegetali, le associazioni vegetali e forestali, le singolarità geologiche, le formazioni paleontologiche, le comunità biologiche, i biotopi, i valori scenici e panoramici, gli equilibri idraulici e idrogeologici, gli equilibri ecologici. Tra le sue finalità vi è anche l’applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare una integrazione tra uomo e ambiente naturale, per la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro–silvo-pastorali e tradizionali; la ricostituzione degli equilibri idraulici ed idrogeologici; la promozione di attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative ed economiche compatibili. Nel caso del Parco Nazionale del Vesuvio i compiti e le valenze si fanno decisamente più ampie tenendo conto del fatto che si tratta di dover difendere e valorizzare il vulcano più famoso del mondo, ma, nel contempo, anche uno dei cinque vulcani più pericolosi del mondo, per la fortissima conurbazione urbana che negli anni si è andata formando intorno ad esso, in spregio delle leggi che proibivano la realizzazione degli edifici. Il Parco Nazionale del Vesuvio rappresenta quindi un’anomalia nel panorama dei Parchi naturali europei; la sua istituzione rappresentava una sorta di scommessa dell’ambientalismo mondiale
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tesa a recuperare la selvaticità e il fascino del Vesuvio e del Monte Somma, strappandoli all’incredibile degrado cui erano pervenuti e restituendoli al godimento delle attuali e future generazioni, a cui, in ultima analisi, appartengono.
Le aree demaniali
La foresta Tirone-Alto Vesuvio si estende su una superficie di 1019 ha all’interno del Parco del Vesuvio. Zona di grande interesse vegetazionale per la presenza, insieme alla macchia cespugliosa spontanea a carattere xerotermico, di formazioni vegetali di varia conformazione e struttura. E’ caratterizzata da pino domestico e
pino marittimo con sporadiche presenze di pino nero d’Austria, leccio, roverella, sughera, ontano cordato, castagno, betulla. E’ stata segnalata la presenza di volpe, faina, scoiattolo, merli, usignolo. Questa riserva è parte integrante del Parco nazionale del Vesuvio e, come previsto dalla legge 394/91 e dalla legge 426/98, la gestione deve essere affidata all’Ente Parco e non, come oggi avviene, al Corpo Forestale dello Stato. Le aree demaniali delle cave in località Pozzelle (cava Vitiello, etc.) nel Comune di Terzigno.
La storia dell’aggressione
Lo sviluppo della edilizia privata abusiva e la presenza all’interno del Parco di materiali preziosi e ricercati per l’industria edile ha generato un graduale ed incontrollato saccheggio del materiale stesso dal Vesuvio: dalla dura roccia lavica alla sabbia, dai lapilli alle pomici ed al pietrisco. Ecco che le cave vengono scavate fino ad esaurimento, per poi riversarci rifiuti e divenire così discariche cosiddette autorizzate che hanno smaltito rifiuti provenienti da tutta Italia. Parallelamente si è assistito alla proliferazione verso l’interno del complesso vulcanico di una miriade di cave e discariche abusive che hanno favorito il traffico di rifiuti pericolosi gestito dalla camorra. Il settore estrattivo, che rappresenta il primo gradino del ciclo del cemento, nei territori vesuviani è stato un vero e proprio business. Il controllo in tale settore da parte della criminalità si estende anche all’indotto, in particolare alle attività estrattive per la fornitura dei materiali, alla movimentazione di terra, alla produzione e alla vendita di cemento e calcestruzzo. L’impatto di questo fenomeno sull’ambiente è stato devastante e nell’area vesuviana l’aggressione si è saldata, risultandone moltiplicata negli effetti, con gli interessi economici e di
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potere dei clan criminali e della rete di collusione affaristico-politica che li circonda. La riapertura delle discariche nel Parco è storia dei giorni nostri.
Le proposte
Posto che l’ente Parco è una delle istituzioni deputate a garantire la tutela e la conservazione dell’ambiente, ma che non può essere dimenticato né sminuito il ruolo degli enti locali in questo ambito, dal controllo del territorio alla igiene urbana, chiediamoci: con quali uomini e mezzi l’ente Parco può svolgere queste funzioni? In quali forme la cittadinanza attiva può cooperare con il Parco per coadiuvarlo a svolgere queste funzioni? Che ruolo possono o devono svolgere gli enti locali, di concerto con il Parco, per assolvere a questi compiti? Con quali politiche è possibile integrare risorse pubbliche e risorse private per perseguire gli obiettivi di tutela e conservazione del territorio, educazione all’ambiente e educazione alla legalità? Come far crescere nella popolazione il valore del rispetto per l’ambiente, per il paesaggio, per il patrimonio culturale, così da ridurre gradualmente, nel tempo, i fenomeni di criminalità e vandalismo ambientale, i piccoli e i grandi comportamenti illegali di massa? Queste sono, a nostro avviso, le domande a cui dare una risposta.
Giorno per giorno
Approvare un piano finanziario “ordinario” che assicuri la manutenzione ordinaria ambientale di tutta l’area Parco. Incrementare il controllo del territorio al fine di reprimere attività criminali di smaltimento illecito di rifiuti di ogni genere. Potenziare e riorganizzare il CTA (nucleo del Corpo forestale dello Stato alle dipendenze funzionali dell’ente Parco). Istituire un coordinamento tra le polizie municipali e l’ente Parco per attivare una azione sinergica di maggiore efficacia per la repressione dei reati ambientali. Coinvolgere le associazioni civiche del territorio per il monitoraggio e la tutela di “pezzi” di Parco. Attivare campagne di informazione contro i reati ambientali più diffusi e i comportamenti “di massa” quotidiani dannosi per l’ambiente. Inasprire le sanzioni amministrative contro i reati ambientali in area Parco.
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Da fare subito
Avviare le azioni di caratterizzazione e bonifica dei siti contaminati e delle grandi discariche (Terzigno, Ercolano, Somma Vesuviana) ed aggiornare costantemente l’anagrafe dei siti inquinati. Censire tutte le discariche abusive in area Parco Convocare un tavolo inter-istituzionale e approvare un piano finanziario “straordinario” che consenta la bonifica di tutte le discariche abusive in area Parco. Approfondire le ricerche e gli studi epidemiologici nelle aree contaminate Realizzare in area Parco un ciclo integrato dei rifiuti tra i più virtuosi d’Italia.
Nel medio periodo
Realizzare alcuni grandi interventi prioritari di riassetto idrogeologico. Migliorare il livello di conoscenza sulla biodiversità mediante la predisposizione di sistematiche ed organiche campagne di monitoraggio. Incentivare e predisporre progetti di tutela attiva finalizzati alla salvaguardia di habitat e specie. Rendere fruibile la rete delle infrastrutture (sentieristica, infopoint, aree verdi attrezzate) realizzate dall’Ente Parco con i Fondi Comunitari e nazionali e oggi in stato di totale abbandono. Realizzare interventi di ripristino della viabilità rurale nelle aree a monte, essenziali per ridare competitività alla agricoltura vesuviana. Ampliare l’offerta educativa ambientale, in modo costante e permanente, per gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado dei comuni del Parco. Avviare le azioni di incentivazione delle pratiche agricole a basso impatto ambientale (riduzione degli apporti chimici al suolo). Approvare un piano di incentivi e disincentivi alle aziende operanti in area Parco per ridurre la produzione di rifiuti. Favorire lo sviluppo nelle aree protette di stili di vita e modelli di sviluppo che tutelino e valorizzino le ricchezze naturali anche attivando flussi turistici “naturalistici”.
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La cava Vitiello e le aree attigue
Nell’ambito dell’azione finalizzata alla salvaguardia degli habitat, anche allo scopo di prevenire ripensamenti nefasti da parte delle autorità di governo, vanno realizzate immediate azioni di recupero, riqualificazione e ripristino di siti particolarmente degradati, a TERZIGNO nell’area delle cave (SARI-VITIELLO) ed a ERCOLANO in via novella SCAPPA e via NOVELLA CASTELLUCCIA, senza dimenticare le decine di aree divenute discariche abusive e incontrollate disseminate in tutta l’area Parco. Segnaliamo inoltre la necessità di recupero e sistemazione di aree storicamente patrimonio culturale dei cittadini e culla di tradizioni popolari come, ad esempio, la sorgente dell’Olivella, la terrazza panoramica di Sant’Angelo e il palazzo Nicola Amore a Sant’Anastasia, ora abbandonate ad un degrado insostenibile.
L’azione, per quanto riguarda la cava Vitiello, si dovrebbe esplicare attraverso la realizzazione di un “ECOMUSEO”, un museo all’aperto, che racconti la storia eruttiva del vulcano attraverso la visione delle stratificazioni delle colate laviche, lungo il perimetro della cava, mentre nella parte centrale della cava potrebbe essere realizzata un’opera di riforestazione con piante autoctone del Parco Nazionale del Vesuvio. Una riforestazione collegata a Parchi per Kyoto*.
*Parchi per Kyoto è un grande progetto di forestazione promosso da Federparchi e dal Kyoto Club, con il supporto tecnico di AzzeroCO2 e finalizzato al raggiungimento degli obiettivi del protocollo di Kyoto.
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Il ruolo dell’ente Parco per lo sviluppo della agricoltura vesuviana
L’agricoltura in area Parco svolge una funzione di conservazione del paesaggio agrario e di difesa del suolo, nonché di conservazione della biodiversità vegetale, specialmente quando è orientata verso metodiche di conduzione agronomica sostenibile, biologica o integrata.
Dal punto di vista produttivo, l’agricoltura vesuviana vanta una indiscutibile qualità organolettica dei suoi prodotti e nel contempo costituisce una risorsa fondamentale anche per lo sviluppo turistico del territorio, essendo nota la valenza delle tradizioni eno-gastronomiche come attrattore turistico che vanno ad integrare le risorse ambientali, naturalistiche e il patrimonio di beni culturali, architettonici e archeologici di cui è ricca l’area vesuviana.
punti di forza della agricoltura vesuviana:
– Indiscutibile qualità organolettica dei suoi prodotti.
– Grande varietà colturale di frutta, ortaggi e prodotti trasformati.
– Esistenza di prodotti a denominazione di origine garantita europea.
– Grandi potenzialità di sviluppo turistico-rurale per il contesto naturalistico e paesaggistico in cui essa insiste e per la solida tradizione enogastronomica locale.
In questi anni non si è fatto quanto si sarebbe dovuto per proteggere l’agricoltura vesuviana e per consentirle di emergere e di affermarsi sul mercato agroalimentare. E’ mancata una piena consapevolezza dei problemi strutturali che la attanagliano e si è operato soltanto sul piano della promozione dei suoi prodotti tipici, peraltro in modo discontinuo e con una cognizione approssimativa di quelle che sono le odierne dinamiche del mercato. Per invertire la tendenza all’abbandono delle campagne e ringiovanire l’età media degli agricoltori occorre pertanto avere una cognizione precisa di quelli che sono i principali limiti allo sviluppo della agricoltura vesuviana.
punti di debolezza della agricoltura vesuviana:
– Eccessiva frammentazione della proprietà fondiaria.
– Inaccessibilità dei fondi ubicati alle quote più elevate, stante lo stato di abbandono, incuria e degrado della sentieristica montana, in particolare nella zona del Monte Somma.
– Alti costi produzione per unità di prodotto.
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– Basse rese.
– Sottodimensionamento delle aziende agricole che non sono in grado di fare investimenti adeguati per opere di miglioramento fondiario, meccanizzazione, commercializzazione, trasformazione e promozione.
– Età media degli agricoltori molto elevata.
– Competenze tecniche degli agricoltori mediamente inadeguate e scarsa conoscenza delle dinamiche odierne di mercato.
– Numero molto ridotto di agricoltori “professionali” – esistenza di una ampia fascia di agricoltura “sommersa”.
– Mancanza di forme consortili e/o di cooperazione tra gli imprenditori agricoli e i coltivatori diretti.
Le cose da fare:
– Interventi per la riqualificazione della viabilità rurale.
– Sistemazione idraulico forestale.
– Incentivi per l’accorpamento dei fondi agricoli.
– Approvazione del regolamento di Piano e regolamentazione dei criteri per la edificazione di depositi e/o laboratori di trasformazione dei prodotti agricoli.
– Iniziative mirate di promozione dei prodotti tipici del Parco.
– Interventi per promuovere il Turismo rurale ed enogastronomico.
– Incentivi per il recupero della architettura rurale e la sua rifunzionalizzazione a fini turistico – rurali – ricettivi.
– Pieno utilizzo dei fondi europei per l’agricoltura e creazione di una task force di progettazione dedicata, anche con personale dei comuni del Parco.
– Attivazione della Consulta per l’agricoltura come da Statuto dell’ente.
Se non su tutti questi aspetti, su molti di questi un ente Parco rinnovato e rigenerato, rafforzato nelle sue competenze e riorganizzato, potrebbe, in sinergia con i Comuni e con la Regione, che resta il principale ente erogatore di fondi e regolatore in agricoltura, svolgere un ruolo positivo nel pieno rispetto del suo mandato istituzionale e nella consapevolezza del ruolo “multifunzionale” che svolge l’agricoltura, a maggior ragione in una area Parco.
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La valorizzazione del patrimonio etno antropologico
Un aspetto poco considerato, quando si discute di “priorità strategiche” dell’ente Parco nazionale del Vesuvio, benché esso sia indicato nella legge 394 tra gli obiettivi istituzionali degli enti Parco, è quello della valorizzazione del patrimonio etno antropologico.
E’ questo un grave errore di sottovalutazione. Basti pensare che il Vesuvio è si conosciuto in tutto il mondo come vulcano, ma il Vesuvio è innanzitutto l’icona di una cultura, la cultura vesuviana in senso stretto e quella napoletana in senso più largo. Il Vesuvio quindi prima ancora di essere conosciuto come un vulcano attivo è percepito nel mondo sopratutto come “fatto culturale”.
Per patrimonio etno antropologico intendiamo un insieme complesso di elementi materiali e immateriali, usi e costumi, pratiche e credenze religiose, feste e rituali, musiche, canti e balli legati alla tradizione contadina, arte e artigianato, poesia e letteratura.
Un immenso patrimonio di pratiche, saperi e conoscenze che scandiva i tempi e legava tra loro gruppi e classi sociali delle comunità vesuviane in un passato in fondo recente e di cui rimangono oggi tracce evidenti ancorché sia radicalmente e repentinamente mutato il contesto socio economico nel quale questi “fatti culturali” trovavano significato.
La dimensione culturale, religiosa, artistica delle comunità contadine vesuviane si intrecciava in modo inscindibile alla dimensione economica e sociale e conviveva e si intersecava con la ”cultura alta”, con la produzione culturale delle classi abbienti e dominanti. Per molti aspetti essa certamente rappresentava “il collante” che teneva unite classi e gruppi sociali.
Questa cultura è stata spazzata via tra le due guerre mondiali e nell’immediato secondo dopoguerra. Valorizzare significa in questo caso innanzitutto imparare a conoscere. Promuovere attività di studio e ricerca. Recuperare la “memoria storica” delle trasformazioni sociali intercorse tra la fine della seconda guerra mondiale e il periodo odierno al fine della acquisizione di una maggiore “coscienza critica” e capacità di leggere e valutare il mondo attuale da parte di noi tutti .
Valorizzare il patrimonio etno antropologico può anche significare “riattualizzare” questo patrimonio, non nel senso di predicare nostalgici ritorni al passato e alla tradizione, bensì nel senso di ridare valore e attualità a questa cultura attraverso:
a) il recupero di una dimensione pienamente produttiva, nelle moderne condizioni del mercato globale, alla agricoltura vesuviana;
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b) il recupero e la rifunzionalizzazione dei centri storici e dell’immenso patrimonio della architettura rurale abbandonato;
c) la riproposizione attenta e scrupolosa, scientificamente corretta, di feste e tradizioni popolari, che, sia pure in una dimensione secolarizzata quale quella del mondo attuale, possono benissimo tornare a svolgere una funzione sociale di socializzazione, aggregazione, intrattenimento sano e valorizzazione del nostro patrimonio di arte e cultura, agricolo e gastronomico, anche in chiave di potente fattore di promozione turistica del territorio
L’ente Parco non può quindi che svolgere un ruolo di primo piano nella valorizzazione del patrimonio etno antropologico promuovendo e coordinando studi e ricerche in tutti i comuni del Parco e sostenendo attivamente gli enti locali e le autorità religiose per recuperare una dimensione culturale ricca e colta al patrimonio di feste e tradizioni di cui è ricchissimo il territorio vesuviano, cosi anche da favorire lo sviluppo del turismo culturale, rurale e religioso.
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L’ente Parco e lo sviluppo turistico del territorio
Un progetto di rilancio del turismo nel vesuviano deve scaturire da una visione più ampia che abbracci sia l’area Parco che le aree contigue e getti lo sguardo anche al di là di queste, cercando di trovare interlocutori, pubblici e privati, con i quali dialogare e costruire fattive collaborazioni, nella città di Napoli come nell’area Flegrea, piuttosto che nella Penisola Sorrentina o nella Costiera amalfitana.
L’ente Parco non può bastare a se stesso per la creazione di nuovi e importanti flussi turistici, meno che mai i singoli comuni del Parco.
Come infatti pensare ad una offerta turistica del Parco non includendo siti unici al mondo come gli scavi archeologici di Ercolano e Pompei, Villa Regina a Boscoreale, le ville vesuviane del Miglio D’Oro, il porto borbonico del Granatello, la Reggia di Portici (solo per citarne alcuni tra i più famosi) oppure attività artigianali come quella della lavorazione del Corallo, di indubbio interesse turistico?
Come pensare che una ritrovata e rinnovata capacità attrattiva di questi siti e della stessa area Parco, non vada integrata con quella di un potenziale attrattore come la città di Napoli, con il suo patrimonio di arte e cultura, di artigianato e di storia?
Quale dovrebbe essere allora la funzione delle istituzioni per la promozione dello sviluppo turistico e quale il ruolo invece dei privati?
Il ruolo dei privati
Noi crediamo che tutte le forme di associazionismo degli imprenditori della filiera turistica (albergatori, ristoratori, titolari di agriturismi e bed and breakfast, tour operator, guide turistiche, operatori dei trasporti ecc.) siano positive e vadano incoraggiate. Tuttavia, rileviamo che non tutte le categorie hanno un proprio “sindacato”, e che non esistono forme associative “interprofessionali”. Un passo avanti in questa direzione, e una novità, avrebbe dovuto essere rappresentata dalla Strada del Vino Vesuvio e dei Prodotti Tipici Vesuviani. Ma è un tentativo che si è arenato sulle sabbie mobili degli interessi ristretti di una lobby interessata più a utilizzare fondi pubblici per promuovere il prodotto enologico in quanto tale che a sviluppare il turismo enogastronomico sul territorio.
E’ quindi auspicabile la nascita di una o più associazioni di imprese o consorzi che mettano insieme tutti gli attori della filiera turistica, dagli albergatori ai ristoratori, dalle aziende agricole a quelle agrituristiche, dagli operatori e fornitori di servizi al turismo alle aziende di trasporti.
Una aggregazione dell’offerta per fare sistema e affacciarsi sul mercato con maggiore forza e capacità attrattiva di quanto non sia possibile fare a ciascun singolo attore e proporsi inoltre come interlocutore autorevole agli enti che
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gestiscono beni e risorse pubbliche. E, tuttavia, l’azione dei privati, ancorché sinergica e organizzata, può segnare il passo quando si scontra con un’azione pubblica assente o insufficiente, insomma inadeguata.
Il ruolo del Pubblico
Dall’efficienza del sistema viario al decoro delle strade; dalla manutenzione del patrimonio artistico e culturale alla sua concreta fruibilità da parte del pubblico; dalla riqualificazione dei centri storici alla valorizzazione del patrimonio etno antropologico e delle feste e tradizioni popolari sino alla manutenzione e gestione delle aree naturalistiche e della sentieristica del Parco: vi è una serie di “azioni” e funzioni che, in tutta evidenza, sia perché riguardano beni pubblici, sia perché richiedono investimenti finanziari molto importanti, sono di competenza della Pubblica Amministrazione e non possono che essere svolte dall’ente pubblico. Alcune di queste funzioni, le più semplici, le meno complesse (ad esempio, la manutenzione e gestione di monumenti, di aree verdi attrezzate ecc.) possono essere date in gestione ai privati ed anche al volontariato, altre funzioni possono essere meglio soddisfatte con forme di collaborazione tra pubblico e privato (ad esempio nel marketing territoriale), ma certamente non può venir meno un ruolo di supervisione e di indirizzo dell’ente pubblico.
Comuni, Provincia, Regione, ente Parco, ciascuno secondo le proprie competenze, sono chiamati a collaborare e ad operare per garantire innanzitutto una ordinaria buona amministrazione e una migliore qualità della vita urbana, per rendere le nostre città più belle, più ospitali, più vivibili e quindi più accoglienti e più attrattive per i turisti.
Il ruolo dell’ente Parco
Non crediamo vi possano essere dubbi sul fatto che, con riferimento all’area Parco, l’ente deputato a svolgere una funzione di coordinamento, programmazione, stimolo allo sviluppo turistico del territorio debba essere l’ente Parco Nazionale del Vesuvio. Se non il Parco, chi altri?
E’pensabile che siano le singole amministrazioni comunali, con i rispettivi assessorati e i rispettivi uffici a poter svolgere con efficacia un ruolo incisivo nella promozione dello sviluppo turistico del “proprio” territorio?
Una volta chiarito che non esiste una “via municipale” allo sviluppo turistico e individuato nell’ente Parco il luogo istituzionale cui spetta il compito di promuovere il turismo nell’area, passiamo a considerare che cosa esattamente l’ente debba fare e di quale struttura organizzativa si debba dotare per svolgere questa importante funzione attribuitagli dalla legge istitutiva delle aree protette.
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Le competenze “tradizionalmente” attribuite all’ente Parco in materia di promozione del turismo sono:
1) la tutela e la conservazione dell’area protetta, con particolare riguardo alle aree di particolare pregio ambientale
2) la regolazione delle modalità di fruizione di tali aree da parte di un turismo responsabile.
3) la manutenzione della sentieristica e la manutenzione e gestione delle aree verdi attrezzate.
Per svolgere un efficace ruolo di coordinamento e di promozione turistica del territorio l’ente Parco dovrebbe inoltre:
a) Attivare forme di cooperazione permanenti con gli enti gestori del patrimonio artistico, archeologico e culturale (autorità religiose, Sopraintendenze, enti locali) per censire, verificare lo stato di conservazione, garantire il restauro, la conservazione e la fruizione turistica di tale patrimonio (chiese, palazzi, ville, reperti archeologici, antiche masserie, monumenti ecc.).
b) Attivare forme di consultazione stabili (Consulta del turismo), peraltro previste dallo statuto dell’ente Parco ma mai attivate, con tutti gli operatori della filiera turistica operanti nell’area Parco e nelle aree contigue.
c) Dotarsi di una task force tecnico-direzionale che, lavorando in sinergia con i privati e con le altre istituzioni, svolga una funzione di ideazione, programmazione, direzione e realizzazione, diretta o indiretta, di interventi volti a:
1) creare e implementare una offerta ricettiva diffusa a nullo impatto ambientale e contenuti costi di accesso per l’utenza, con speciale riguardo a quella giovanile;
2) creare una rete di “case del Parco” su tutta l’area protetta, con servizi di informazione di base ai turisti, di ristoro e ricettività, di vendita di prodotti agricoli e artigianali;
3) sviluppare efficaci azioni di marketing territoriale su scala locale, nazionale e internazionale;
4) avviare una sistematica azione di fund raising.
Definita la “mission” istituzionale occorre verificare se l’ente abbia al proprio interno le risorse finanziarie e sopratutto le competenze e le risorse umane per poter svolgere con efficacia il ruolo cui è chiamato.
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Risorse finanziarie
La politica governativa di tagli ai trasferimenti statali verso i Parchi nazionali ha, negli ultimi anni, limitato notevolmente l’azione dei Parchi. Nell’attesa di una inversione di tendenza in tal senso è necessario che l’ente Parco recuperi risorse dovunque ve ne sia la possibilità.
Nel caso specifico dell’ente Parco Nazionale del Vesuvio noi riteniamo vi siano quattro ambiti in cui sia possibile operare per reperire fondi:
a) Un graduale aumento del costo del biglietto per la visita al Gran Cono e una più equa distribuzione dei proventi così realizzati a favore dell’ente Parco
b) La creazione e l’offerta sul mercato di una linea di prodotti di merchandising da vendere ai turisti nei punti vendita (Gran Cono – case del Parco – info-point)
c) Un utilizzo sistematico di tutte le opportunità di finanziamento legate ai fondi europei
d) Una contribuzione finanziaria ordinaria da parte dei Comuni all’ente Parco (oggi inesistente), nonché da parte di Provincia e Regione
Risorse umane
La pianta organica dell’ente Parco è inadeguata, per numero e competenze professionali, a garantire già oggi l’ordinaria amministrazione. E’ indispensabile pertanto integrare e arricchire l’organico dell’ente con nuovo e qualificato personale. La strada maestra resta quella di un ampliamento della pianta organica, ma questa strada, legittima, appare di difficile realizzazione, considerate l’attuale congiuntura economica, il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego e la tendenza al disimpegno finanziario del Ministero dell’Ambiente. Resta allora da esperire la possibilità di assumere personale con contratti di consulenza, senza oneri a carico del bilancio dello Stato, nonché la possibilità di concordare con altre amministrazioni pubbliche, ivi inclusi gli stessi Comuni del Parco, il distacco di personale.
Alcune figure professionali necessarie per creare una “task force” turistica:
– Uno o più esperti in conservazione e valorizzazione dei beni culturali.
– Uno o più esperti in marketing territoriale turistico dei beni culturali e ambientali.
– Uno o più esperti in fund raising.
In conclusione diremo che per avviare un processo virtuoso che porti a generare nuovi importanti flussi turistici nell’area occorrono:
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A) La creazione di una cabina di regia politico-tecnico-istituzionale in seno all’ente Parco con forti poteri e competenze in materia di coordinamento e indirizzo, ma aperta al confronto, sistematico, continuo e costante, con tutti gli operatori privati della filiera turistica.
B) Lo sviluppo di forme di associazionismo dei privati, in grado di aggregare l’offerta e creare percorsi di visita differenziati per i diversi segmenti del mercato turistico.
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Le 13 azioni da fare subito
In modo pragmatico, indichiamo qui di seguito quelle che riteniamo essere le misure più urgenti e insieme le più incisive da prendere per ridare significato e prospettiva all’ente e alla sua missione.
Dall’insieme di queste proposte emerge una visione a tutto tondo del Parco, che è quella che ci contraddistingue, che tiene conto di tutti gli aspetti e dimensioni nelle quali l’ente è chiamato ad intervenire ed una indicazione precisa dei limiti che hanno condizionato negativamente l’azione dell’ente sino ad oggi.
1) Approvare il regolamento dell’ente Parco.
Il 19 gennaio del 2010 il Consiglio Regionale della Campania, con notevole ritardo rispetto ai tempi prescritti dalla legge quadro sulle aree protette, ha finalmente approvato il Piano urbanistico del Parco nazionale del Vesuvio. Ebbene a distanza di 4 anni, l’attuale Consiglio Direttivo dell’ente Parco, orfano dei membri della Comunità, non è riuscito ad approvare il regolamento, la cui approvazione, secondo la 394, deve essere contestuale a quella del Piano ovvero avvenire non oltre i sei mesi dalla approvazione del Piano stesso. Il Piano urbanistico è uno strumento di grande dettaglio e di fondamentale importanza per orientare lo sviluppo del territorio. Esso è sovraordinato al Piano Paesistico Territoriale e ad esso devono conformarsi i Piani regolatori dei comuni. Per fare solo un esempio, basti pensare che mentre il Piano paesistico prevede in area Parco una inedificabilità assoluta , il Piano del Parco prevede una deroga, ad eccezione che nella zona di massima protezione (boschi e aree a ridosso del Gran Cono) per le aziende agricole, cui viene consentito, comprovandone la necessità, di edificare locali per lo stoccaggio delle attrezzature, dei prodotti agricoli ovvero per la trasformazione artigianale dei prodotti. Tuttavia in mancanza della approvazione del regolamento regna l’incertezza su quali debbano essere i parametri in base ai quali far valere questa norma del Piano.
2) Potenziare la pianta organica dell’ente sia tramite distacchi da altri enti pubblici (a partire dagli stessi comuni del Parco), sia tramite la stipula di contratti di consulenza con professionisti scelti secondo criteri scrupolosamente meritocratici.
La pianta organica dell’ente deve essere incrementata e arricchita per numero e profili professionali (mancano architetti, ingegneri, agronomi, esperti di marketing territoriale, esperti di fund raising, ecc.). L’ente Parco si deve affermare come “cabina di regia politica” in materia di difesa del territorio e di sviluppo, e, per far questo, ha bisogno di una struttura tecnica all’altezza della situazione che possa diventare un punto di riferimento e di supporto per le strutture tecniche comunali. In altre parole il Parco ha bisogno di dotarsi di una struttura tecnica che sia nello stesso
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tempo un “pensatoio” che collabori con la direzione politica dell’ente e una struttura tecnica esecutiva di grande efficacia ed efficienza.
3) Rivedere la convenzione con le guide vulcanologiche per l’accompagnamento al Gran Cono. La convenzione vigente tra ente Parco e guide vulcanologiche ( le guide operano in virtù della legge regionale n.11 del 1986 che stabilisce, tra l’altro, la obbligatorietà dell’accompagnamento dei visitatori al Gran Cono ) stabilisce che all’ente Parco (che gestisce il servizio di biglietteria) vada il 25% del prezzo del biglietto e il restante 75% alle Guide. Considerato che il prezzo del biglietto varia da 8 euro a 10 euro a seconda della tipologia dell’acquirente ne consegue che le 37 “Guide Alpine Vulcanologiche” (perché 37? Ne basterebbero molte di meno) ricevono dall’ente Parco 7,5 euro sul biglietto da 10 euro e 6 euro sul biglietto da 8 euro. Ipotizzando la vendite dei soli biglietti da 8 euro, considerato che il Gran Cono è visitato ogni anno da almeno 500.000 persone (ma al Parco giungono in continuazione segnalazioni di ingressi “autogestiti” dalle guide, che presidiano l’ingresso al sentiero), abbiamo che alle guide vanno 3.000.000 di euro lordi all’anno, mentre al Parco vanno 1.000.000 di euro cui vanno detratti i costi del servizio di biglietteria che è affidato in appalto a ditta esterna. La convenzione tra ente Parco e guide dovrà essere rinnovata entro la fine dell’anno.
4) Riprendere il progetto di delocalizzazione della biglietteria e dell’area parcheggio e servizi del Gran Cono da quota mille a quota ottocento, con una nuova organizzazione dei servizi per i turisti.
a) L’area in oggetto è il biglietto da visita del Parco. La maggior parte dei visitatori del Parco passa inevitabilmente da lì. Attualmente la qualità del servizio che viene offerto ai turisti è vergognosa. Parcheggiare è caotico, non esiste un servizio informazioni, i bagni sono quelli chimici da cantiere, i servizi di ristoro e di vendita gadget sono in mano a bancarellari storici che vendono improbabili bottiglie di Lacryma Christi e le immancabili reliquie di Maradona. Eppure esiste un progetto esecutivo per la delocalizzazione (e riqualificazione) a quota 800 di tutti i servizi elaborato a suo tempo dall’ufficio tecnico dell’ente. Cosa si aspetta a aprire il cantiere?
b) Creare un linea di gadgets del Parco (in parte già esistente) e avviare una attività di merchandising e di vendita di tali gadget (mai avviata). Considerati i tagli sempre più pesanti ai trasferimenti statali alle aree protette, assume viepiù importanza la capacità dei Parchi di “autofinanziarsi” per sostenere i propri costi di gestione. Limitandoci a considerare gli introiti potenziali derivanti dalla vendita di gadget ai visitatori del Gran Cono (più di 500.000 visitatori), e senza considerare che la creazione di un circuito di “case del Parco”, di cui parliamo al punto 6, potrebbe dare ulteriore impulso a tale attività, appare subito evidente che il merchandising potrebbe rappresentare una entrata da non sottovalutare per le casse del Parco.
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5) Procedere alla manutenzione straordinaria dei sentieri. Garantire la manutenzione ordinaria. Implementare la sentieristica per consentire al visitatore di raggiungere dal Gran Cono tutti i comuni del Parco.
Negli anni scorsi, specialmente nel periodo della Presidenza Frassinet, il Parco ha realizzato una rete sentieristica di tutto rispetto, anche avvalendosi dei LSU e dei finanziamenti che “si accompagnavano” all’impiego di tale categoria di lavoratori. Una volta esauritasi per legge la possibilità di impiegare i LSU e terminati i fondi che incentivavano l’impiego di codesti lavoratori, la rete dei sentieri è stata progressivamente abbandonata e oggi i sentieri sono quasi del tutto impercorribili. Eppure sono stati spesi milioni di euro e impiegate migliaia di ore di lavoro per realizzare tali opere. Tutto questo è grave ed inaccettabile. Di qui l’esigenza di una manutenzione straordinaria e di assicurare la manutenzione ordinaria dei sentieri. Infine la sentieristica può essere ulteriormente implementata per realizzare il grande progetto di collegare il Gran Cono con tutti i sentieri del Parco e , attraverso essi, consentire al visitatore di raggiungere dal Gran Cono tutti e tredici i comuni del Parco e viceversa.
6) Realizzare in ogni comune una “casa del Parco” attraverso il recupero della edilizia rurale abbandonata, con servizi di info – point, vendita di gadget e di prodotti tipici locali, da affidare preferibilmente a cooperative e società di giovani.
La realizzazione di un circuito di “case del Parco” darebbe impulso in ogni comune alla mobilitazione delle energie civiche ed imprenditoriali disponibili a creare altrettanti Presidi per la difesa della natura e per la promozione delle attività compatibili.
7) Aprire al “traffico pedonale” la riserva Alto Tirone, oggi accessibile solo previo autorizzazione della Forestale che la gestisce.
La riserva Alto Tirone è uno dei luoghi più suggestivi e interessanti dal punto di vista naturalistico del Parco. Un tempo era accessibile, attraverso la strada Matrone, anche con gli autoveicoli privati, oggi neanche a piedi. Dalla strada Matrone si imbocca un sentiero pianeggiante con vista sul golfo, sicuramente il sentiero più panoramico del Parco, che attraversa il territorio dei comuni di Boscotrecase, Trecase, Torre del Greco e si congiunge con la strada provinciale che da Ercolano porta al Gran Cono.
8) Manutenere le aree verdi attrezzate esistenti e crearne di nuove.
Abbiamo detto della importante rete dei sentieri creata durante gli anni della Presidenza Frassinet. Poche sono invece le aree verdi attrezzate a disposizione delle famiglie. Il Parco per essere amato e rispettato deve poter essere vissuto dalla popolazione. Vanno quindi realizzate in modo diffuso sul territorio del Parco aree verdi dove sia possibile alle famiglie, ai ragazzi, sostare, giocare, imparare a conoscere la natura. Tali aree vanno manutenute con regolarità e gestite anche in collaborazione con l’associazionismo locale e gli agricoltori.
9) Bandire un concorso internazionale per la riqualificazione paesaggistica della via Panoramica Trecase – Terzigno.
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La strada in oggetto è una delle strade panoramiche e delle “porte di ingresso” più belle e suggestive del Parco, scempiata da abusivismo edilizio, incuria e degrado. Proponiamo di bandire un grande concorso architettonico di respiro internazionale con l’obiettivo di realizzare il progetto di riqualificazione risultato vincente anche con la collaborazione e la compartecipazione finanziaria degli operatori turistici le cui attività insistono sulla via Panoramica.
10) Istituire un coordinamento stabile tra polizie locali e CTA (nucleo della Forestale alle dipendenze funzionali del Parco) per il controllo del territorio.
Considerato il numero di abitanti ed il livello di urbanizzazione del territorio del Parco e limitrofo al Parco, il CTA è assolutamente sottodimensionato rispetto alle esigenze di controllo del territorio. Per garantire un controllo più efficace contro i reati ambientali è allora indispensabile sensibilizzare maggiormente le polizie locali e creare un coordinamento stabile tra di esse e il Corpo Forestale.
11) Censimento di tutte le discariche abusive nel Parco
La rete associativa di “cittadini per il Parco” è impegnata a realizzare un censimento delle discariche abusive in area Parco. Chiediamo all’ente di collaborare con noi per convocare un tavolo inter istituzionale per reperire i fondi, stabilire tempi e modi delle bonifiche e mettere a punto strategie efficaci di prevenzione del fenomeno.
12) Farsi parte attiva per il monitoraggio, la messa in sicurezza e le bonifiche delle discariche di Pozzelle 3 (ex Cava Sari) e Pozzelle 2 a Terzigno, della Amendola Formisano a Ercolano e della discarica “la Marca” a Somma vesuviana.
Sta crescendo nella popolazione vesuviana la preoccupazione per i pericoli alla salute causati dall’inquinamento da discariche. Occorre fare tutte le verifiche necessarie anche per evitare allarmismi ingiustificati e ricadute negative sulla agricoltura locale e sul turismo.
13) Istituire le consulte civiche (il Movimento ha presentato all’ente le proposte di regolamento per la istituzione di quattro Consulte: agricoltura, turismo, tutela e conservazione, educazione ambientale) previste dallo statuto dell’ente per realizzare un modello di governance “allargata” del Parco.
Occorre consentire alle associazioni, al mondo della scuola e del volontariato, agli imprenditori, di partecipare ai processi decisionali dell’ente realizzando un circuito informativo virtuoso che trasmetta all’ente quelle informazioni e conoscenze che sono presenti sul territorio, non altrimenti accessibili, e che sono indispensabili per migliorare la qualità delle decisioni prese e realizzare il “buon governo”. Si alimenterà così un clima di fiducia e di collaborazione tra cittadinanza e istituzione che è la premessa per dare fondamenta solide al progetto di un nuovo modello di sviluppo e di convivenza civile che è insito nella nascita di ogni Parco nazionale.
da: Cittadini Per Il Parco [cittadiniperilparco@gmail.com]
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