BIOLOGICO VENETO, DOPO IL BOOM ECCO IL MERCATO
Campanello d’allarme, servono più servizi al settore. Lo dice un’indagine ad hoc di Veneto Agricoltura che sarà presentata domani pomeriggio in un seminario alla Corte Benedettina.
Le aziende biologiche in Italia nel 2003 erano poco più di 44.000, per circa 1 milione di ettari coltivati. Dopo il boom degli anni ’90 la curva è in discesa. Nel Veneto le imprese di produzione sono 1278 e 373 quelle di trasformazione, che operano su circa 18.000 ettari totali (dati Ismea). Sono questi i numeri nazionali e veneti del settore “bio” che Veneto Agricoltura affronta domani con uno specifico incontro legato al progetto “PrISMA” che, con la Regione Veneto, intende creare una moderna rete di servizi di consulenza in agricoltura, premessa fondamentale per lo sviluppo del settore primario. Domani pomeriggio quindi sarà di scena il biologico, con un seminario alla Corte Benedettina di Legnaro (PD, ore 14,30).
Da un’analisi comparativa dei dati di una indagine realizzata per l’occasione su un campione composto da 44 aziende biologiche venete ovvero il 9,6% del totale aziende bio, squilla un campanello d’allarme per il futuro prossimo del biologico: senza un’adeguata commercializzazione il bagaglio di esperienze sin qui acquisito dagli imprenditori biologici potrebbe essere vanificato. Il supporto commerciale viene collettivamente percepito come servizio essenziale, vitale per le imprese biologiche, seguito dall’assistenza tecnica e dalla consulenza bancaria. Più specificatamente dall’indagine due risultano i dati comunque rilevanti:
a) i conduttori sino a 40 anni d’età costituiscono una frazione limitata (18%) del campione; b) le conduttrici, in genere motivate, sono 16% del totale. Ovvero “giovani” e donne sono un terzo dei conduttori. Il 36% degli imprenditori/trici risulta in possesso di diploma o laurea ad indirizzo agrario; complessivamente il 73% ha un livello d’istruzione di scuola media superiore ed universitario. Una generale critica viene sollevata nei confronti della ristorazione che assorbe in realtà una limitatissima fetta di produzione. Relativamente poi alla comunicazione, l’esito dell’indagine segnala che gli intervistati prediligono lo strumento cartaceo all’informatico e che il 20% naviga in Internet per informazione ed aggiornamento. Significativo che il 73% del campione abbia iniziato l’attività nel corso del decennio 1991-2000; come pure che il fattore primario che ha indotto gli agricoltori a convertire l’azienda verso il biologico, sia di tipo prettamente imprenditoriale. Assieme all’esigenza di un supporto commerciale, che viene percepito come servizio essenziale, altri servizi richiesti sono l’assistenza tecnica e la consulenza sui finanziamenti.
In sintesi vediamo alcuni problemi emersi:
o Tecnici: prevale il contenimento delle malerbe.
o Economici: la forbice tra prezzi di vendita dei prodotti bio e i fattori produttivi.
o Organizzativo-gestionali: gli eccessivi oneri burocratici.
o Di filiera: limitata capacità contrattuale e filiera troppo lunga, che ingessano le
imprese; insufficiente integrazione tra gli anelli della filiera; inadeguatezza
delle azioni per la valorizzazione dei prodotti; e poi la mancanza di una rete in grado di mettere a disposizione informazioni sul comparto. Emergenti le tematiche della mancanza di controlli (a scapito delle imprese “virtuose”), quello della multifunzionalità aziendale e del ridotto potere d’acquisto dei produttori.
Nel Veneto quindi il biologico si trova in una fase di transizione, per la quale anche il seminario di domani sarà occasione per la definizione di una Comunità Professionale di consulenti agricoli pronti a dare risposta alle domande di attrezzare l’agricoltura regionale alle sfide prossime venture.
Il C.Ufficio Stampa
Mimmo Vita

Categorie: Il Contadino

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