ANIMALI PROTAGONISTI.
Le storie del merlo Chiù e della micia salvatrice

Le storie di cani che salvano la vita a persone, sono ormai quotidianamente in cronaca. Il Labrador che salva il bagnante in difficoltà, il cane della protezione civile che trova l’uomo seppellito nella neve, o sotto le macerie di un terremoto o, come è capitato a una donna inglese, il cane che le annusava insistentemente una piccola chiazza nera sulla schiena, inducendola a consultare il medico. Si trattava di un melanoma aggressivo che l’avrebbe condannata a morte se non diagnosticato per tempo.
Oggi vi voglio raccontare le storie di un merlo e di un gatto che hanno salvato diverse vite. Quella del merlo è di una certezza inossidabile perché l’ho vissuta io. Avevo sette anni, più o meno, e la mia occupazione preferita era portare a casa qualunque tipo di animale giudicassi in difficoltà e talvolta anche se stava benissimo. Pur essendo molto paziente verso questa mia attitudine, la disperazione di mia madre raggiunse il culmine quando dovetti confessare di avere perso una Natrice tessellata (biscia d’acqua) di un metro, nella cameretta dove dormivo con la mia sorellina. La trovammo dopo tre giorni infilata in una borsetta di mia sorella, dentro l’armadio. La mia difesa, basata sul fatto che, se mia sorella avesse chiuso bene la borsetta, l’avrei trovata subito non fu accolta dalla giuria.
Il verdetto fu che, a parte Chiù, nessun animale doveva più apparire in casa per sei mesi. Chiù era un merlo che avevo recuperato, con un’ala malandata, un paio di mesi prima ed era in convalescenza dentro una gabbia di legno in corridoio. Di giorno faceva “chiù, chiù ” in continuazione reclamando cibo e di notte, per fortuna, dormiva con la sua testina sotto l’ala buona. I giudici (mia madre e mio padre) mi avevano concesso ancora un mese per la sua liberazione. Una notte Chiù svegliò tutti, facendo un casino d’inferno. Sarei tentato di dire che “urlava” e certamente svolazzava, come impazzito, nella gabbia. La più lesta fu mia madre. Io le fui dietro in un secondo. Mia nonna giaceva a terra alla fine del corridoio, di fronte alla porta del bagno. Fu il primo attacco di quel cuore malato che, una decina d’anni dopo, cessò di battere. Quella volta un merlo le salvò la vita. I magistrati sentenziarono che Chiù sarebbe rimasto per tutto il tempo occorrente alla sua guarigione.
La seconda storia ce la racconta Daniela, una donna italiana che vive, fin da bambina. a Filadelfia. Aveva otto anni quando il gattino randagio che papà le aveva regalato si ammalò gravemente, al punto da doverlo “mettere a dormire”. La mamma, spaventata dal mutismo e dai pianti in cui Daniela passava le giornate, l’accompagnò in un’oasi felina, dove la bambina vide una micia che si nascondeva in un angolo spaventata. A casa le passò presto la paura e a Daniela tornò il sorriso. La bambina però aveva un fratellino con il quale litigava in continuazione per ogni cosa. Pensando che la faccenda diventasse pericolosa anche per la micia, la mamma tornò all’oasi felina e prese un altro ospite, un maschio che le fu sconsigliato per il carattere scontroso. Il fatto è che, appena la donna lo ebbe in braccio, cominciò a fare delle fusa mai sentite. A casa lo chiamarono Diesel e fu assegnato al fratello, per par condicio.

“Una mattina” racconta Daniela” mio padre fu svegliato dal gatto che gli leccava la faccia e gli faceva le fusa nelle orecchie. Non l’aveva mai fatto. Papà si accorse di un rumore secco che veniva da fuori e, nel dormiveglia pensò allo scroscio di un violento temporale. Un’occhiata fuori dalla persiana e la pioggia si rivelò essere un incendio che stava divorando la casa. Se non fosse stato per Diesel, non avremmo fatto in tempo a uscire”. Daniela conclude il suo racconto così: “Penso che il destino disponga di strane vie per parlarci e non dovremmo mai sottovalutare i nostri migliori amici.” Lo penso anch’io.
Oscar Grazioli

(da Tiscali animali e foto)


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