2 GIUGNo, FESTA DELLA REPUBBLICA

LA MEMORIA
“La ricorrenza della festa delle Repubblica, per chi ha la mia età, ha un significato particolare, tra il dolce e l’amaro…
Quel giugno del ’46 avevo 6 anni, portavo i pantaloni alla zuava, mio padre smise di fuggire sui monti perché comunista, e alla fine della guerra rientrò con la fissazione di sempre: fare proseliti rossi tra i lavoratori. La domenica uscivamo presto da casa, lui sempre con un lungo impermeabile incolore, che serviva a nascondere una mazzetta dell’Unità che distribuiva ai compagni della Sanità, a Napoli. Poi si riunivano, con me silenzioso e sempre attaccato a papà, in uno scantinato per parlare di politica ed io, a soli sei anni, imparai a detestare quelle riunioni che mi sottraevano ai giochi con i miei coetanei. Ricordo ancora quel giorno che Togliatti venne a parlare a Napoli, a piazza Plebiscito. Io stavo sulle sue spalle, tra una folla immensa, ad ascoltare un vocione dagli altoparlanti che gridava parole come “unità e libertà”. Napoli era un cumulo di macerie, la gente si arrangiava in mille modi pur di portare qualcosa da mangiare a casa e non mancava chi faceva del contrabbando, lucrando proprio sui più poveri ma c’era solidarietà, questo lo ricordo, perché facevano anche credito per la spesa quotidiana. Nel nostro quartiere, poi, c’era un guappo, un uomo che s’era imposto a poco a poco, durante la guerra e dopo, per l’aiuto che dava al prossimo, a tutti, purchè tutti gli portassero rispetto. E nella Sanità si viveva tranquilli, ognuno intento a migliorare la sua giornata, ognuno felice di poter contare su un domani diverso, perché la guerra era finita e Napoli era piena di americani che portavano cose buone, da mangiare e da vestire. Un giorno, alcuni amici mi chiamarono e insieme sedemmo sulle scale della mia abitazione, al riparo da occhi indiscreti, per fumare la mia prima(mezza) sigaretta. Era domenica, papà, ascoltando la radio, sventolava aria con un ventaglio di paglia sotto la buca del focolare, la pentola cuoceva pasta per dieci persone e il ragù diffondeva il suo sapore per tutte le stanze dell’appartamento, mia madre preparava la tavola. Io fumavo con gli amici. Mi arrivò forte uno scappellotto e non ho mai saputo, nemmeno oggi, quale dei miei fratelli e sorelle (eravamo in otto) aveva fatto la spia a papà che mi tirò in casa per le orecchie. La radio mandava gli appelli per il voto referendario: Repubblica o Monarchia. Ed io avevo distolto papà dall’ascolto di questo importante momento della sua vita, per la mia prima sigaretta!”
LA STORIA
Il 2 giugno 1946 l’esito del referendum istituzionale non lasciò dubbi su quella che da quel giorno sarebbe stata l’Italia: Repubblica. La Monarchia, infatti conquistando il 45,7% dei consensi fu definitivamente accantonata non solo dal 54,3% scaturito dal voto degli altri italiani e italiane (tra l’altro fu quella la prima volta che votarono le donne), ma anche da quanto sancito dalla stessa Assemblea Costituente che, nella compilazione della Carta Costituzionale, all’articolo 139 scrissero che:”la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Era il 1° gennaio del 1948, giorno della sua entrata in vigore. Libro chiuso, quindi ad ogni altra forma di stato che non fosse quella votata dagli italiani in quel 2 giugno ormai lontano 60 anni. L’Italia usciva da un imbuto, si scrisse, per esistere come libera nazione democratica in pacifica esistenza con tutte le nazioni europee e mediterranee.
Da allora, ogni anno si torna a ricordare quel giorno come quello della rinascita di un popolo e di una nazione, quindi, e a tirare qualche somma.
Il paese repubblicano si trovò a dover fronteggiare una grave crisi di sviluppo e non c’erano né risorse né mezzi per risalire la china. C’erano solo braccia per lavorare ma la fame poco le sosteneva e il corpo a stento riusciva a coprirsi con vestiti sdruciti e rattoppati. Molto operarono a quel tempo i preti, che fecero delle loro parrocchie luogo dove la misericordia umana, spinta dalla quella divina, cercò di tamponare le richieste di aiuto per fronteggiare i bisogni più urgenti: vale a dire la fame, qualche vestito, un tetto provvisorio. Ma c’era un’altra fame che l’italiano voleva e sentiva di dover soddisfare: il lavoro che non c’era. Il lavoro per dare all’essere umano, al capo famiglia, la dignità di uomo. Toccò al governo De Gasperi chiedere aiuti economici agli americani, subito corrisposti, e agli italiani stessi affinché, messi da parte odi e rancori, si unissero per ricostruire la “bella Italia” che finalmente, negli anni ’60, riuscì ad esplodere in un grande “boom” di cui parlò il mondo intero.
Furono quelli gli anni delle scoperte tecnologiche come l’automobile, il frigorifero, la lavatrice, la televisione in bianco e nero con un solo canale; ma soprattutto le case, le nuove case, che prendendo il posto di abitazioni vecchie e semidistrutte dal tempo, molte, in verità, più dalle bombe, davano al cittadino la possibilità di sentirsi più a suo agio, più moderno, con il bagno “in casa” e non più sul ballatoio o in cortile in comune con altri condomini.
Napoli come visse quel periodo lo hanno scritto in tanti: l’arte di arrangiarsi riuscì a sfamare bocche e creare nuovi status non sempre legittimi, utilizzando il contrabbando e creando una rete di smistamento in ogni quartiere. Un fenomeno che, se da una parte aiutava a sopravvivere, dall’altra costituiva un’anomalia, un anti stato che negli anni a seguire ha sempre messo a dura prova le istituzioni dello stato repubblicano. Una lotta che poi si è dipanata nel tempo prendendo forme anche violente, dal guappo che era uomo di rispetto del suo quartiere e che aiutava solo per il vezzo di sentirsi chiamare “don”, al camorrista, che cercava di monopolizzare intere schiere di diseredati utilizzandoli in affari lucrosi ma non certamente legali. Napoli, però, non s’è mai identificata in questi simboli in negativo. Le amministrazioni comunali che si sono alternate in questo sessantennio, invece, spesso hanno dovuto fare i conti con la malavita che ne ha di fatto bloccato le iniziative di sviluppo della città, costrette com’erano o a chiudere gli occhi (e le orecchie) o a dimettersi per lasciare ad altri il compito di rimettere in sesto la città. Il film di Rosi: “ Le mani sulla città”, a suo tempo offrì un chiaro spaccato di come si viveva e si comandava a Napoli e le conseguenze del sacco di Napoli si vedono ancora oggi e pesano e gravano sempre e ancor di più su ogni tentativo di far risorgere la città e i napoletani ad una vita serena, scrollandosi dagli effetti negativi che i medici chiamano stress ma che derivano dalla paura di dover vivere da precari in una città che di definitivo ha solo il nome.
La Costituzione oggi, dunque, nel ricordo di ieri, ma la domanda resta sempre e purtroppo la stessa: a Napoli quando passerà la nottata?


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